Lega di cultura di Piadena
La Lega di Cultura di Piadena, con l'Istituto Ernesto de Martino a Sesto Fiorentino, il Circolo Gianni Bosio a Roma, la Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino a Venezia, formano un arcipelago di realtà accomunate da modi e prospettive analoghe per il loro fare cultura, ricerca, e per il loro raccontare la storia.



GIUSEPPE MORANDI - MOSTRA FOTOGRAFICA

DIO SUL TETTO E I NUOVI ANGELI

Inaugurazione sabato 26 SETTEMBRE marzo ore 17,30 presso il Centro Culturale Sant'Agostino (Sala Agello) a Crema (CR)






TRE MOSTRE DI GIUSEPPE MORANDI I paisàn, I volti della bassa padana, Ventunesima estate
Inaugurazione sabato 21 marzo 2015 ore 10,30 presso il Palazzo Comunale di Piadena, piazza Garibaldi








Venerdì 12 settembre ore 17, a Palazzo Gamba, a Piadena, inaugurazione delle mostre di Giuseppe Morandi / Francesca Grillo "La strada di Montreuil" e Franco Gerevini "La mia America"










apri locandina
DIO SUL TETTO E I NUOVI ANGELI - FOTOGRAFIE di GIUSEPPE MORANDI

20 GENNAIO-10 FEBBRAIO 2013 TORRAZZO-COMMESSAGGIO

20 GENNAIO, ORE 15.30 - INAUGURAZIONE MOSTRA

27 GENNAIO, ORE 16.00 - I COLORI DELLA BASSA - film di Giuseppe Morandi

In entrambe le occasioni sarà presente l'Autore. Al termine, seguirà rinfresco.

Con il patrocinio di: Comune di Commessaggio - Gruppo Ambiente Quadrifoglio - Pro Loco di Commessaggio - Parco Regionale Oglio Sud - Arci Gay Salamandra

APERTURA SU RICHIESTA NEI GIORNI FERIALI TEL. 0376 98526 - CELL. 333 9898316
ORARI: SABATO 15.00 - 18.00 - DOMENICA 10.00 - 12.00 / 15.00 - 18.00


LISBONA - Deus no telhado e os novos anjos

il 25 aprile 2012 è stata inaugurata la mostra di Giuseppe Morandi alla Casa da Achada. Resterà aperta fino al 28 maggio.




http://www.italieaparis.net
Il sogno ritorna
Mostra fotografica di Giuseppe Morandi

dal 1 al 13 novembre 2011 in Sala ALABARDIERI
Palazzo del Comune di Cremona


Contestualmente è stato pubblicato il nuovo catalogo fotografico dell'opera di Morandi, edito Mazzotta, dal titolo Vecchi e nuovi volti della bassa padana, con i contributi di Arturo Quintavalle, Ivan Della Mea, Peter Kammerer





Il libro di Giuseppe Morandi

di Giovanna Marini

Di solito non mi emoziono quando guardo i libri di fotografie, li apprezzo, mi fanno sognare se sono foto inventate, che raccontano storie, ma come quelle che racconta Morandi non ne ho trovate mai.

Questa sera sfogliavo il libro e sorridevo e capivo: una storia di affetti innanzi tutto, solo dei nomi e delle immagini con occhi che parlano, positure che parlano, acconciature, sorrisi, tutto parla , anche i bambini seri, o sorridenti o imbronciati parlano, tutti ti raccontano una storia.

Si va dai pumater, al vuoto lasciato dai bergamini che non ci sono più le vacche ma loro ci sono ancora, come Pierino Azzali, il papà del Micio, seduto con fermezza sulla panca, e tutti sono statuari, degnissimi, a nessuno di questi che ti fissano dal libro e sembra che ti dicano" Guardami un po', sì sono proprio io e sono proprio così, bé?! Ecco a nessuno di questi puoi dire ladro, manipolatore, buffone, questa è gente, e si capisce che Giuseppe Morandi ti sta dicendo "Questa è la mia gente, e io me li porto dentro così come sono, e io sono come loro e ne sono fiero". Quanto ci dice questo libro.

Dai vecchi che ci fissano tutti, ai giovani che ci fissano anche loro ma ridendo alcuni, alla sconosciuta che non ci guarda e chissà dove guarda cosa vede, ai due intellettuali, Gianni Bosio e Mario Lodi, che guardano altrove sfuggendo il rapporto diretto con l'obiettivo. Tutti sono lì per un motivo preciso: la vita è esistere pienamente ed è così che ci sentiamo, vivi.

A guardare questi sguardi, Duilio Braga, le ragazze di vicolo Pozzo, Fioni, Angelo Malinverno, la bambina Federica Gorni, la signora Flavia Brunelli, la vecchia Carmagnani e li pumateri, e tutti gli altri, è un racconto, non solo di lavoro nei campi, un racconto che si porta dietro uno stile di vita un modo di credere nell'altro, una serenità nel pensare , che non conosciamo più, la pensiamo, sì, ma solo con rimpianto. Con queste foto siamo negli anni ottanta, possibile che oggi si sia cambiati, così tanto? Ora il libro porta foto fatte nel 2000, arrivano gli stranieri, gli indiani che anche nel 2001 ti guardano dritto nell'obiettivo e sorridono, Jagjit Rai Metha e Pushpa Devi e i loro figli e i loro genitori, oggi popolano Piadena e la pianura, sono loro a guardarti dritto sorridendo con quella stessa nostra grande dignità. E' una raccolta di persone degne che vogliamo avere per amici, la storia dei personaggi di questo libro non la conosciamo ma ora è come se li conoscessimo intimamente, in profondità, e sappiamo che anche loro, insieme a quelli che abbiamo scelto per amici vicini, fanno parte di una vita che Giuseppe Morandi ha eletto come vita da ricordare, da tramandare, da fissare. Io ti ringrazio proprio Giusep, mi hai convinto, questo è un libro bello e le nostre storie sono tutte belle storie.



Il sogno ritorna*

Peter Kammerer


Più di cinquant'anni fa Giuseppe Morandi scattava, sedicenne, le sue prime fotografie, mosso, racconta lui, dalle immagini dei filari, degli amici e di sua cugina. Aveva trovato un modo suo di mettersi in rapporto con il mondo. Così, ancora prima del risultato estetico, Morandi scopre l'immagine come rapporto umano e sociale vivo. Questa vitalità dà alle sue foto qualche cosa di più di una memoria e trasforma la nostalgia che altrimenti ci stringerebbe il cuore e basta. Mettendo insieme le mostre organizzate da Morandi e dalla Lega di cultura di Piadena, coautrice paziente del suo lavoro, i fotogrammi si trasformano in un potente flusso di immagini che raccontano quanto è accaduto agli uomini e alle cose a Piadena in questo ultimo mezzo secolo. Quanto è accaduto sotto i nostri occhi è così sconvolgente che rifiutiamo di rendercene conto fino in fondo aggrappandoci a una normalità sempre più irreale. Ma sappiamo benissimo che abbiamo assistito ad avvenimenti straordinari, a un salto della storia, alla distruzione di un mondo e alla nascita di un altro.
Il primo grande ciclo di fotografie di Morandi mostrava una classe, il suo modo di vivere e quindi un suo mondo vissuto che stavano per essere distrutti. I paisan si trasformavano in operai o in piccola borghesia. "I vecchi braccianti, cavallanti, bifolchi, mandriani, bergamini e le loro mogli sono trasportati al ricovero. Piangono. Si affannano. è finita" (volantino della Lega di cultura, I maggio 1967). Il capitale agrario si ristrutturava.
Qualche decina di anni dopo i campi svuotati dagli uomini risuonano del lavoro dei trattori e di gigantesche macchine agricole; le cascine, i vecchi luoghi di comunità, ma anche di pena, si trasformano in depositi o in ruderi. è stata un'epopea: un'intera popolazione con nonni, bambini e animali domestici si è trasformata, ha cambiato i suoi costumi e lasciato dietro a sé un patrimonio muto di pietre e di memoria. Quando negli anni '60 Morandi fotografava gli ultimi paisan non si sapeva nulla ancora di questo approdo in un nuovo paesaggio umano e agroalimentare, che sarà documentato e raccontato poi nelle foto degli anni '80 e '90. C'era chi accusava Morandi di fotografare i paisan come se fossero gli ultimi mohicani, ma lui faceva le sue foto per un riscatto di dignità, proprio per non finire nelle riserve. Non credeva nel futuro della piccola borghesia, la vera vincitrice delle lotte del XX secolo, anche se ha dedicato due volumi (Cremonesi a Cremona e Quelli di Mantova) alla sua immagine ambigua e oscillante tra ottusità e progresso, tra corpi di consumo e corpi di lavoro. Non sono immagini che fanno sognare, anche se Morandi, in questo per fortuna poco ideologico, trova ovunque, in qualsiasi ambiente umano, uno paio di occhi che illuminano il futuro.
Ora invece, con la nuova mostra, "il sogno ritorna". Cosa vuol dire questo titolo dato alle fotografie della famiglia di Jagjit e Pushpa Mehta Rai fatte a Piadena nel 2002? La chiave della mostra mi pare siano i due grandi ritratti degli sposi in ricco costume indiano, sotto un albero di ciliegi giapponesi con i suoi fiori rosa, il tutto a colori smaglianti (rari nell'opera del Morandi che privilegia nettamente il bianco e nero). Non appaiono veri, diciamolo, rasentano il kitsch con queste citazioni esotiche di un mondo lontano e felice. Facile scambiarli per pubblicità, difficile accettare l'idea che qui, tra le nebbie della Bassa, le Mille e una notte siano scese in qualche cascina superstite. Se fossero vere, queste immagini sarebbero la prova di un sogno che né i paisan, né nessun altro a Piadena ha mai avuto la possibilità o il coraggio di fare. Perciò la difficoltà di riconoscerle, perciò il riferimento alla pubblicità o al folclore turistico, versioni tanto note quanto alienate dei nostri desideri. Ma queste foto del Morandi sono vere, sono realtà.
Lo dimostrano le venticinque altre foto dedicate al contesto nel quale vive questa coppia indiana. Possiamo leggere tutta la mostra come il seguito di La mia Africa, ma centrata su una sola famiglia e quindi approfondita (quarant'anni fa è stata la famiglia Azzali la chiave fondamentale per capire la condizione dei paisan). Apre Simona, la piccola figlia, con un passo di danza nel cortile. La vediamo con aria di sfida nella foto di famiglia in un cortile alberato di Piadena e poi cavalcare sulle spalle del padre, giocare insieme al fratello Hani e ancora con il fratello fare i bagni in due bidoni pieni d'acqua. Nulla pare distingua la loro infanzia dalla nostra. Non pare nemmeno più strano vedere tre bambini indiani davanti al Comune o due madri indiane davanti alla facciata di mattoni del tempio. Gli elementi edilizi che appaiono, mattoni, tegole e legno, fanno parte del grande universo contadino che va dall'India alla Bassa e consentono forse a chi arriva dalle campagne dell'India una certa familiarità con l'ambiente nuovo.
è una famiglia "arrivata", tutta allegra con la sua macchina nuova nel cortile. Dopo vent'anni di soggiorno Jagjit ha la cittadinanza italiana. Ha fatto vari lavori (venditore di patatine al Circo Orfei, cuoco in un ristorante a Modena) e ormai fa il bergamino, ben pagato perché nessuno vuole o sa più fare questo mestiere, impegnativo per il lavoro di notte, ma non massacrante come una volta. Lo fa con competenza e grazia (dovuta si dice a quel rapporto particolare della cultura indiana con gli animali). Anche Pushpa lavora. La vediamo insieme a maestre e tre bambini in un asilo dove fa le pulizie.
Un'ultima parte dell'inchiesta inizia con una foto di famiglia davanti alla casa e una foto dei genitori in visita a Piadena (con la vita dura iscritta nel viso della madre), per finire in un gioco di sguardi da sotto la porta e di travestimenti. A Jagjit piace raccontare il passato nel presente usando i vestiti. E la famiglia partecipa. Bellissimo l'uso della tenda, del siparietto che divide il dentro dal fuori. C'è una foto dal dentro: Jagjit coperto dalla gianghia vicino alla finestra nell'intimità di una persona adulta e innocente.
è stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Pushpa si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall'armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell'India. Morandi incontra i due nella casa della "maga Adele". Capisce tutto: il sogno dell'India viene portato come dote nella Bassa. E di più. I più umili, una volta i paisan, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di un mezzo secolo fa ha trovato una fine imprevista e imprevedibile. E la storia continua.

Urbino, agosto 2011

Il sogno ritorna*
Peter Kammerer
* La mostra, curata da Paolo Barbaro, CSAC dell'Università di Parma, è stata allestita a Piadena (Cremona) nel 2002, a Cavezzo (Modena) nel 2004-2005, a Busseto (Parma) nel 2004, a Tondela (Portogallo) nel 2006, a Volterra (Pisa) nel 2008.


IL SOGNO RITORNA - Mostra fotografica di Giuseppe Morandi



dal 1 al 13 novembre 2011 in Sala ALABARDIERI
Palazzo del Comune di Cremona

La mostra racconta la storia di una famiglia indiana e della sua integrazione

La presentazione si terrà il 1 novembre dalle ore 15,30 alle ore 17,45 nel Salone dei Quadri
Orari di visita: nei giorni feriali dalle ore 9 alle ore 18,30; nei festivi dalle ore 10 alle 18

Interverranno il Professor Bruno Cartosio, Docente di Storia dell'America del Nord all'Università di Bergamo e Paolo Barbaro, docente presso l'Università Statale di Parma.
Contestualmente sarà presentato il nuovo catalogo fotografico dell'opera di Morandi, edito Mazzotta, dal titolo Vecchi e nuovi volti della bassa padana, con i contributi di Arturo Quintavalle, Ivan Della Mea, Peter Kammerer.
L'iniziativa culturale propone una riflessione su quanto stia cambiando e sia mutato il nostro paesaggio rurale anche e proprio in virtù dei nuovi ospiti che si occupano dei lavori sulle terre e nelle stalle delle nostre campagne. Ci si interroga su quanto questa trasformazione del tessuto sociale possa restituirci il sogno di un rinnovato rapporto uomo-terra.

"E` stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Puspha si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall`armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell` India. Morandi incontra i due nella casa della "maga Adele". Capisce tutto. Il sogno dell`India portato come dote nella Bassa. E di più: I più umili, una volta i Paisàn, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di cinquanta anni fa ha trovato una fine (ma la storia continua) imprevista e imprevedibile, intuita e profetizzata allora solo da un poeta:??"Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama colore.?Si chiama colore, la nuova estensione del mondo."

Con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Cremona






Scarica la presentazione in PDF della Mostra (testi di Peter Kammerer e Paolo Barbaro)


MOSTRE E VOLUMI DI FOTOGRAFIA MONTCLAIR STATE UNIVERSITY

MORANDI E MICIO NEGLI USA
The Italian Festival of Arts and Humanities presso la Montclair State University


Segal Gallery Exhibit: An Italian Sense of Place I Featuring works by Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi. Runs through Feb. 9 / 2008 Italian Sense of Place I presents two complementary yet contrasting views of the Italian post-war photo-documentary tradition: Morandi and Micio's powerful black and white images witness the lives of ordinary people from the Po Lowlands of northern Italy from within that world while the film-set photography of Novi's documentation of Bernardo Bertolucci's epic film 1900 describe that same world through the visual language of the cinema.

Exhibition Dates: 01/08/08 - 02/09/08
Opening Reception:January 29th, 5:30 pm
Curators: Paolo Barbaro, Andrew Atkinson, Nancy Goldring, Claudia Cavatorta
Link: Art Exhibition Reception- An Italian Sense of Place I: Works by Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi

LINK:http://www.montclair.edu/italianfestival/morandi_micio_novi.html


Symposium: Photography and Cinema in Post-War Italy - Neo-Realism and the work of Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi

Symposium: Photography and Cinema in Post-War Italy, 01/29/08, 2:30 - 5:30 p.m. Speakers: Paola Barbaro, University of Parma; Claudia Cavatorta, University of Parma; Victoria de Grazia,Columbia University and the European University in Fiesole; Stefano Albertini, New York University and Director of the Casa Italiana Zerilli-Marimo

Place: University Hall Conference Center
LINK: http://www.montclair.edu/italianfestival/morandi_micio_novi.html





Milano - mostra dal 10 ottobre al 5 novembre 2007

Giuseppe Morandi

Arti, volti e mestieri della Bassa Padana

presso il LIFEGATE CAFE'
Via Della Commenda 43 - Milano (Porta Romana)



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rassegna stampa
RASSEGNA STAMPA: FILE PDF 3MB

L’esposizione riassume una storia costruita negli anni dal 1957-1958 al 1968-1970: anni in cui l’impiegato comunale Giuseppe Morandi decise di utilizzare una Rollei 6x6 per immortalare squarci di mondo

LifeGate Cafè, situato in Via della Commenda 43 a Milano, si propone ancora una volta come location d’eccezione per iniziative culturali di rilievo: dal 10 ottobre al 5 novembre il locale esporrà le opere di Giuseppe Morandi, fotografo, scrittore e regista cinematografico, nato a Piadena, in provincia di Cremona, nel 1937.

Dal 1957 l’artista lombardo, esponente della Lega di Cultura di Piadena, racconta con parole e immagini la cultura delle campagne, di cui intende documentare tradizioni e cambiamenti, modelli e valori. La mostra fotografica “Arti, volti e mestieri della Bassa Padana” tende a ripercorrere le usanze e le condizioni di vita dell’ambiente contadino dall’immediato Dopoguerra agli anni Settanta, fino ad oggi: un’indagine storica sui protagonisti del mondo rurale italiano e sulle loro battaglie per l’emancipazione. Scenari antichi che parlano al moderno, attraverso volti, gesti, sguardi e oggetti quotidiani. Ritratti dell’uomo che è casa, lavoro, paese, società.

L’esposizione riassume una storia costruita negli anni dal 1957-1958 al 1968-1970: anni in cui l’impiegato comunale Giuseppe Morandi decise di utilizzare una Rollei 6x6 per immortalare squarci di mondo. La Genia, i vecchi braccianti, Pierino Azzali alla fiera di Recorfano, il Micio, la pumatera Laura Poli…ecco le facce, gli occhi, le mani, che, scatto dopo scatto, costituiscono il racconto di Giuseppe Morandi. Un racconto che il regista Bernardo Bertolucci ha scelto di utilizzare per la pellicola “Novecento”, interpretata da Robert De Niro nel 1976.

Morandi compie un lavoro minuzioso e attento: fotografa i contadini e i loro mestieri, fissa “il fatto a mano” mentre le macchine stanno per cancellare un’intera civiltà, impressa in mille incontri tra le case e le cascine della Bassa Padana, avvolte dal tempo che scorre, inesorabile. Figure intense, dotate di una forza singolare e avvolgente. All’artista non interessa conservare gli oggetti, ma i gesti e i comportamenti: le sue opere ci narrano la storia di come si faceva, di come si operava, di come si lavorava la terra o di come si costruivano gli strumenti di lavoro.

Riferendosi all’arte di Giuseppe Morandi, Arturo Carlo Quintavalle afferma: “Credo che voglia scrivere un romanzo, oppure un lungo racconto sulle storie del suo paese. Per Lui le facce parlano, e anche per noi, abituati alle espressioni stereotipe dell’universo di città: anche per noi queste facce finiscono per parlare”.





A Piadena (CR) presso il Palazzo Comunale (Piazza Garibaldi)

VENTUNESIMA ESTATE
Fotografie di Giuseppe Morandi 1989-1993

ventunesima estate



Quando, circa tredici anni or sono, Giuseppe Morandi proponeva questa serie di fotografie intitolate Ventunesima Estate, molti rimasero perplessi, qualcuno scandalizzato. Succede quando un autore impone una brusca sterzata al suo modo di lavorare, ancor di più quando la sua opera, proseguendo una linea rigorosa che durava oltre trent’ anni, giunge ad esiti imprevisti, scarta quello che rischia di divenire luogo comune.
Morandi fotografa un amico giovane, Giuseppe Puerari; i primi scatti sono del 1989, quando Puerari è ancora un bambino, gli ultimi del 1993 quando è adulto, dopo il servizio militare.
Morandi è noto come fotografo, narratore, cineasta che racconta il mondo contadino, è capace di comporre storie corali prive di retorica e dense di un preciso senso di appartenenza ad un mondo e a una classe. Non è mai un illustratore ma un produttore di strumenti di lavoro culturale collettivo, strumenti semplici ma affilati come le sue immagini ben radicate nella cultura del realismo, quello di Strand e Zavattini e quello della fotografia sociale americana o della nuova oggettività germanica. E’ un intellettuale raffinato che ha sempre rifiutato il ruolo del pensatore (o ell’ artista) isolato e al di sopra della mischia, o del descrittore oggettivo: racconta la propria comunità dal suo interno ed in suo nome, con un punto di vista che gli deriva da un ragionamento politico. Allora come mai fotografa una sola persona, un solo corpo, anzi, inseguendo un tema così rischioso? Perché di discorsi sul passaggio dall’ adolescenza all’ età adulta è piena la storia della letteratura, della fotografia e del cinema, e purtroppo è una vicenda piena di storie intimiste se non sdolcinate, fuori da ogni implicazione collettiva che al massimo viene subita come contesto incidentale.
Tuttavia, se consideriamo come Morandi arrivi a questa serie possiamo capire alcuni fatti. Gli anni che seguono le prime pubblicazioni nazionali (I Paisan, da Mazzotta, 1979, e poi Volti della Bassa Padana, Cremonesi a Cremona, Quelli di Mantova, fino al 1991) vengono raccontati giustapponendo immagini dei contadini e del loro lavoro -dal 1957- e altre figure; l’ intenzione è sempre la stessa: rendere visibile una condizione, restituire la dignità dell’ immagine a chi ne era privato (i braccianti, i fittavoli, i bergamini...) e raccontare il cambiamento attraverso la figura delle persone. Al mondo contadino irrimediabilmente mutato e per molti aspetti scomparso Morandi affianca l’ analisi di un paesaggio umano locale; il ciclo sulle città non è il passaggio dal racconto rurale a quello urbano, è la storia di un cambiamento delle persone, del –mutamento antropologico- di cui parlava Pasolini. Alla fine degli anni Ottanta Morandi concepisce una serie che non verrà mai chiusa, più un’ ampia ipotesi di lavoro che il circoscrivere un tema, con un titolo folgorante: Corpi di lavoro e corpi di consumo. Il corpo quindi come terreno di dichiarazione sociale, come campo di evidenza della politica reale, della dimensione collettiva del vivere che prende sempre più evidenza, man mano che il lavoro diviene più astratto, che le ragioni economiche (politiche) dell’ organizzazione sociale divengono meno visibili. Il corpo, la figura, che continua a raccontare dopo che il lavoro finisce fuori campo, sempre meno evidente.
Morandi, allora, continua a fare quello che ha sempre fatto: racconta chi gli è vicino e conosce bene ma questa volta lo sguardo è insistente quanto privo di preconcetti.
Le fotografie scandiscono proprio il cambiamento del corpo, da quello di un bambino (ritratto con un amico) poi il servizio militare (attraverso l’ istantanea che gli scatta un commilitone) e il ritorno ad una vita che non lo soddisfa, il lavoro da muratore, il corpo che prende un’ evidenza statuaria, e il fotografo che non si vergogna di mostrarne la bellezza come le contraddizioni,; e poi la vita di tutti i giorni, la pesca, una intensa sequenza a casa, la discoteca, ed infine proprio l’ ultima cosa che resta, il corpo nudo, con l’ inquadratura che si ferma appena sopra il sesso e scatena altri dibattiti, altre polemiche. In fondo in queste foto non accade nulla se non lo svolgersi del vivere quotidiano, ma il mostrarlo appare volta per volta impudico, sfrontato, qualunquista, compiaciuto, voyeurista.  Teniamo presente che quando la mostra è esposta, quando la Libreria Ponchielli di Cremona ne pubblica il libro (con le foto, una lunga dichiarazione di Giuseppe Puerari accreditato come coautore, una densa intervista di Morandi con Peter Kammerer) la Biennale d’ Arte di Venezia ha proprio –Il corpo- come tema, e contributi come quelli sul rapporto tra fotografia, corporeità, bellezza e impegno politico di Peter Berger , Rosalind Krauss, David Lévi Strauss sono ancora inediti o praticamente sconoscuiti.
Le successive serie di Morandi (da Uomini Terra Lavoro a La mia Africa, e il film I colori della bassa, in lavorazione) continueranno a scorrere storie collettive, e questo capitolo, questo affondo in una vicenda solo apparentemente privata, resterà isolato, ma solo in apparenza: Morandi ha dichiarato una volta per tutte che raccontare un mondo che cambia non può essere solo nostalgia di valori perduti e narrazione di condizioni scomparse. Guardare negli occhi il presente, senza pregiudizi e mettendovisi in gioco, ne è condizione indispensabile.

Paolo Barbaro
Luglio 2006




UNI PAVIA

UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PAVIA
COLLEGIO FRATELLI CAIROLI


GIUSEPPE MORANDI

Arti, Volti e Mestieri
in Bassa Padana

Mostra fotografica

5 - 13 maggio 2006
PIAZZA COLLEGIO CAIROLI PAVIA

 





 

processione di san bartolo

Sabato 26 agosto 2006
sul sagrato della chiesa di Castelfranco d'Oglio (CR)
presentazione del libro

Castelfranco d'Oglio: La processione di San Bortolo
di Giuseppe Morandi

Sono intervenuti
Giuseppe Torchio - Presidente della Provincia di Cremona
Ivana Cavazzini - Sindaco di Drizzona
Paolo Barbaro - critico
Giuseppe Morandi




San Benedetto Po
Museo Civico Polironiano
16 settembre - 13 novembre 2005

I Paisan
Immagini di fotografia contadina della bassa Padana


Fotografie di Giuseppe Morandi

In relazione a questa esposizione temporanea sono organizzati i seguenti eventi:

Presentazione della mostra alla presenza dell'autore a cura del prof. Arturo Carlo Quintavalle (Università di Parma), del prof. Peter Kammerer (Università di Urbino) e della Lega di Cultura di Piadena.
San Benedetto Po - Museo Civico Polironiano - Venerdì 16 settembre 2005 - ore 21.15

Proiezione del film "I Paisan" di Giuseppe Morandi e in anteprima alcuni spezzoni del nuovo film-documentario "I colori della Bassa" in fase di realizzazione. Presentazione a cura del prof. Eugenio Camerlenghi e della Lega di Cultura di Piadena
San Benedetto Po - Museo Civico Polironiano - Sabato 15 ottobre 2005 - ore 21.15




 

 

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La critica di Paolo Barbaro

 




Comune di Cavezzo - Assessorato alla Cultura
Circolo Fotografico Cavezzo
Associazione Progetto Cernobyl Cavezzo-Medolla

 

La mia Africa
Il sogno ritorna


fotografie di Giuseppe Morandi

 

La mia Africa

 

Cavezzo (MO), Villa Giardino
18 dicembre 2004 - 9 gennaio 2005



Clicca sulla foto per scaricare la foto in alta risoluzione (594KB)Busseto (Parma)
13-19 SETTEMBRE 2004
LILLIPUT FOTO FESTIVAL

Il sogno
ritorna



Fotografie di Giuseppe Morandi

 

 

Presentazione della mostra, di Peter Kammerer

IL SOGNO RITORNA

 

Cinquanta anni fa Giuseppe Morandi scattava, sedicenne, le sue prime fotografie, mosso, racconta lui, dalle immagini dei filari, degli amici e di sua cugina. Aveva trovato un modo suo di mettersi in rapporto con il mondo.

Così ancora prima del risultato estetico Morandi scopre l` immagine come rapporto umano e sociale vivo.

Rassegna stampa:

Articolo La Cronaca

La Cronaca - 4 Agosto 2004
Clicca per ingrandire l'immagine

Questa vitalità dà alle sue foto qualche cosa di più di una memoria e trasforma la nostalgia che altrimenti ci stringerebbe il cuore e basta. Mettendo insieme le mostre organizzate da Morandi e dalla Lega di cultura di Piadena, coautrice paziente del suo lavoro, i fotogrammi si trasformano in un unico grande film, in un potente flusso di immagini che raccontano quanto è accaduto agli uomini e alle cose a Piadena in questo ultimo mezzo secolo. Quanto è accaduto sotto i nostri occhi è così sconvolgente che rifiutiamo di rendercene conto fino in fondo aggrappandoci ad una normalità sempre più irreale. Ma sappiamo benissimo che abbiamo assistito ad avvenimenti straordinari, ad un salto della storia, alla distruzione di un mondo e alla nascita di un altro.

Il primo grande ciclo di fotografie del Morandi mostrava una classe, il suo modo di vivere e quindi un suo mondo vissuto che stavano per essere distrutti. I Paisàn si trasformavano in operai o in piccola borghesia. “I vecchi braccianti, cavallanti, bifolchi, mandriani, bergamini e le loro mogli sono trasportati al ricovero. Piangono. Si affannano. E` finita.” (volantino della Lega di cultura, 1 maggio 1967). Il capitale agrario si ristrutturava. Qualche decina di anni dopo i campi svuotati dagli uomini risuonano del lavoro dei trattori e di gigantesche macchine agricole; le cascine, i vecchi luoghi di comunità, ma anche di pena, si trasformano in depositi o in ruderi. E` stata un`epopea: Una intera popolazione con nonni, bambini e animali domestici si è trasformata, ha cambiato i suoi costumi e lasciato dietro a sé un patrimonio muto di pietre e di memoria. Quando negli anni `60 Morandi fotografava gli ultimi Paisàn non si sapeva nulla ancora di questo approdo in un nuovo paesaggio umano e agroalimentare, che sarà documentato e raccontato poi nelle foto degli anni `80 e `90. C` era chi accusava Morandi di fotografare i Paisàn come se fossero gli ultimi mohicani, ma lui scattava le sue foto per un riscatto di dignità, proprio per non finire nelle riserve. Non credeva nel futuro della piccola borghesia, la vera vincitrice delle lotte del ventesimo secolo, anche se ha dedicato due volumi (“Cremonesi a Cremona” e “Quelli di Mantova”) alla sua immagine ambigua e oscillante tra ottusità e progresso, tra corpi di consumo e corpi di lavoro. Non sono immagini che fanno sognare, anche se Morandi, in questo per fortuna poco ideologico, trova ovunque, in qualsiasi ambiente umano, uno paio di occhi che illuminano il futuro.

Ora invece, con la nuova mostra, il sogno ritorna. Cosa vuol dire questo titolo dato alle fotografie della famiglia di Jagjit e Puspha Mehta Rai fatte a Piadena nel 2002? La chiave della mostra mi pare siano i due grandi ritratti degli sposi in ricco costume indiano, sotto un albero di ciliegi giapponesi con i suoi fiori rosa, il tutto a colori smaglianti (rari nell`opera del Morandi che privilegia nettamente il bianco e nero). Non appaiono veri, diciamolo, rasentano il kitsch con queste citazioni esotiche di un mondo lontano e felice. Facile scambiarli per pubblicità, difficile accettare l`idea che qui, tra le nebbie della Bassa, le Mille e una notte siano scese in qualche cascina superstite. Se fossero vere, queste immagini sarebbero la prova di un sogno che né i Paisàn, né nessun altro a Piadena ha mai avuto la possibilità o il coraggio di fare. Perciò la difficoltà di riconoscerle, perciò il riferimento alla pubblicità o al folklore turistico, versioni tanto note quanto alienate dei nostri desideri. Ma queste foto del Morandi sono vere, sono realtà.

Lo dimostrano le venticinque altre foto dedicate al contesto nel quale vive questa coppia indiana. Possiamo leggere tutta la mostra come il seguito di “La mia Africa”, ma centrata su una sola famiglia e quindi approfondita (40 anni fa è stata la famiglia Azzali la chiave fondamentale per capire la condizione dei Paisàn). Apre Simona, la piccola figlia, con un passo di danza nel cortile. La vediamo con aria di sfida nella foto di famiglia in un cortile alberato di Piadena e poi cavalcare sulle spalle del padre, giocare insieme al fratello Hani e ancora con il fratello fare i bagni in due bidoni pieni di acqua. Nulla pare distingue la loro infanzia dalla nostra. Non pare nemmeno più strano vedere tre bambini indiani davanti al Comune o due madri indiane davanti alla facciata di mattoni del Tempio. Gli elementi edilizi che appaiono, mattoni, tegole e legno, fanno parte del grande universo contadino che va dall`India alla Bassa e consentono forse a chi arriva dalle campagne dell`India una certa familiarità con l`ambiente nuovo.
E` una famiglia “arrivata”, tutta allegra con la sua macchina nuova nel cortile. Dopo venti anni di soggiorno Jagjit ha la cittadinanza italiana. Ha fatto vari lavori (venditore di patatine nel Circo Orfei, cuoco in un ristorante a Modena) e ormai fa il bergamino, ben pagato perché nessuno vuole o sa più fare questo mestiere, impegnativo per il lavoro di notte, ma non massacrante come una volta. Lo fa con competenza e grazia (dovuta si dice a quel rapporto particolare della cultura indiana con gli animali). Anche Puspha lavora. La vediamo insieme a maestre e tre bambini in un asilo dove fa le pulizie. Un ultima parte dell`inchiesta inizia con una foto di famiglia davanti alla casa e una foto dei genitori in visita a Piadena (con la vita dura iscritta nel viso della madre) per finire in un gioco di sguardi da sotto la porta e di travestimenti. A Jagjit piace raccontare il passato nel presente usando i vestiti. E la famiglia partecipa. Bellissimo l`uso della tenda, del siparietto che divide il dentro dal fuori. C`è una foto dal dentro: Jagjit coperto dalla Gianghia vicino alla finestra nell` intimità di una persona adulta e innocente.

E` stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Puspha si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall`armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell` India. Morandi incontra i due nella casa della “maga Adele”. Capisce tutto. Il sogno dell`India portato come dote nella Bassa. E di più: I più umili, una volta i Paisàn, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di cinquanta anni fa ha trovato una fine (ma la storia continua) imprevista e imprevedibile, intuita e profetizzata allora solo da un poeta:

“Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama colore.
Si chiama colore, la nuova estensione del mondo.

Dobbiamo ammettere l’ idea di migliaia di figli neri o marrone
Infanti con l’ occhio nero e la nuca ricciuta.

Altre voci, altri sguardi, altre danze: tutto dovrà diventare
Familiare e ingrandire la terra!”

Pasolini nel film LA RABBIA (1962)

 




Piadena (CR) - Palazzo comunale

O donna donna

mostra fotografica organizzata dalla Biblioteca comunale di Piadena
5 - 20 marzo 2004









dentro l'india

Galleria Claudio Ghisini
Via Cappello 10/a - Mantova

Dentro l'India

Fotografie di Giuseppe Morandi




Prima esposizione della mostra "Il sogno ritorna":

 

Comune di Piadena
Lega di Cultura di Piadena

Palazzo Comunale di Piadena
6 - 22 Settembre 2002

Il sogno ritorna



Fotografie di Giuseppe Morandi


Presentazione della prima esposizione (2002)

Il sogno ritorna: cosa può avere a che fare un titolo così allusivo, forse intimistico, con il racconto stringente, profondamente storico e aderente alla realtà fisica, materiale, che Giuseppe Morandi svolge con la fotografia e il cinema dalla metà del secolo scorso? Qual' è il sogno e quale ritorno sono suggeriti in queste immagini del 2002?
La serie segue quella sugli immigrati di Piadena, il "volto del tempo" in un paese, in un luogo circoscritto che il nostro autore battezza "La mia Africa". Aveva iniziato, incoraggiato dalla Biblioteca civica di Piadena, con il proposito di mostrare il luogo attraverso i rituali collettivi, gli aspetti della massificazione che sconvolgono un tessuto di rapporti, che ne rendono obsoleta e improponibile ogni forma di convivialità che non passi attraverso il danaro: le file al supermercato, le partite allo stadio, quelli che una volta si chiamavano i riti del consumo e che adesso sembrano essere la normalità, se non l' unica realtà possibile. Però Morandi non trova interessante, non trova utile a nessuno raccontare di un disastro avvenuto. Sceglie allora di tracciare il ritratto delle persone che portano qualcosa di nuovo, con un po' di retorica si potrebbe dire il ritratto di "quelli di Piadena" del nuovo millennio. Quindi gli immigrati, dall' Africa e dall' India e dall' oriente ma anche dal meridione dell' Italia, in un paesaggio entro cui rituali e culture sembrano mescolarsi in modo indistinto, cercando di rintracciare i fili che legano e identificano civiltà differenti; sullo sfondo alcuni valori forti: dignità, solidarietà, consapevolezza.

La mia Africa, quindi, come racconto ravvicinato della trasformazione, racconto di una nuova coralità fatta da soggetti diversi che modificano il paesaggio umano dei luoghi di Morandi, soggetti che ne vengono anche modificati, ma al nostro autore evidentemente non interessa unificare tutto, mostrare l' integrazione come omologazione: Il sogno ritorna è proprio un approfondimento, una precisazione in questo senso.

La prima fotografia ritrae una bambina, Simona Metha, al centro dell' aia della cascina in cui abita, nel mezzo di un' inquadratura di impianto frontale, centrale, siamo nella primavera del 2002. Lei ha scelto dove farsi fotografare, la posa da assumere ed il modo di mostrarsi, Morandi l'ha posta all' apertura di questo racconto minimo, semplice ma raffinatissimo. E', appunto, una fotografia in qualche modo sognante e tesa tra la bellezza di Simona e il racconto puntuale della scena (la luce del sole che la staglia sul fondo con le macchine agricole sembra puntata sulla scena proprio per lei), del luogo. Sappiamo che lei è il futuro di un intero mondo, che questo è lo scenario di un inizio.

Ancora centrale, simmetrico come nella tradizione del gruppo di famiglia, è l'immagine festiva della famiglia Metha: Jagjit in giacca e farfallino, la moglie Pushpa sobriamente elegante, i figli Simona e Hani con abiti più vivaci.

Non sono fotografie particolarmente centrate su un evento né su una situazione particolari. Sono immagini non molto diverse da quelle che chiunque si trovi in casa una macchina fotografica fa alla propria famiglia, magari con l' autoscatto, e nemmeno l' origine delle persone (le storie complesse, a tratti drammatiche che hanno portato Jagjit e i suoi a Piadena) sembrano lasciare tracce in queste fotografie della normalità.

Anche l' immagine dei giochi appare priva di costruzione, ma se le guardiamo e le pensiamo con più attenzione (le fotografie di Morandi hanno sempre richiesto e prodotto molta attenzione, molto pensiero) ci rendiamo conto che la fisicità dei giochi, la sottolineata stabilità dei ruoli (il padre che regge, solleva, porta come in trionfo…) appartengono a un modo di concepire il rapporto tra generazioni ormai da noi dispersa, forse irrimediabilmente mediata dagli oggetti (il giocattolo o l' accessorio regalati ai figli, la televisione da guardare assieme se va bene…) o dislocata in spazi in qualche modo neutri (i corsi sportivi, di lingua, di musica… addestramento e attrezzatura per una socialità che viene rimandata sempre dopo, sempre altrove) così che queste fotografie del gioco assumono un' aria desueta, sembrano rimandare ad un tempo che l' occidente ha perso. Appunto come un sogno che torna.
Ancora i bambini, a casa e in paese con un amico, ancora corpi che parlano di modelli che si sovrappongono: Simona conosce meglio il "come si sta davanti ad una camera", conosce ed ammira le figure della televisione mentre Hani sembra meno attrezzato a questo, più impacciato in rappresentazioni in cui l' azione o la recitazione esplicita non hanno ruolo, ma nella fotografia a colori della piccola "banda urbana" nella piazza di Piadena questi futuri "tre dell' Ave Maria" (è il soprannome che Morandi aveva dato a tre attivisti sindacali, ritratti in Volti della Bassa Padana negli anni Ottanta) mostrano una fierezza diversa.

Il lavoro di Jagjit, un tassello della ricerca sul cambiamento del lavoro agrario, richiama ancora le inquadrature di I Paisan, e a parte l' abbigliamento e alcuni attrezzi (un berretto da baseball invece della calotta incrostata di sterco, la mungitrice elettrica…) sembra ricalcare le immagini dei contadini di quarant' anni prima.

Quando Morandi fotografa in questo modo così lineare, così apparentemente sempre uguale a se stesso si potrebbe pensare ad una comoda semplificazione, ad una messa tra parentesi della storia e delle trasformazioni che quella società ha subìto, ma credo che i suoi strumenti vadano interpretati in altri termini.

Forse Morandi ha capito prima di altri che il modello bidimensionale di molte analisi sociologiche e etnografiche, diacronia/sincronia, sviluppo storico/situazione bloccata in un dato istante, di stampo strutturalista e derivato dalla linguistica post saussuriana, serve più a costruire altri modelli astratti che non a capire una data realtà. Se quindi avesse inseguito fotograficamente le "novità", le code dei supermercati e gli spazi dell' alienazione, avrebbe ridotto il proprio ruolo a quello di illustratore di luoghi comuni.

La stessa opposizione tra città e campagna corrisponde ad una semplificazione che il nostro autore ha sempre avuta presente quando rilevava i modelli urbani dei Paisan, quando leggeva le città della Lombardia dal punto di vista della campagna, quando affronta nodi complessi tra politica e soggettività, tra destino e desiderio. Quindi Morandi aggiunge altri dati a quello della storia e a quello del racconto del "come è ora", lavora per serie e non per belle e singole immagini, racconta relazioni e non singoli episodi; quando stringe il campo su un volto, su un corpo, è per condividere e rendere condivisibile la sua posizione in uno spazio più ampio. Allora è necessario mostrare il lavoro agrario in termini immobili per meglio rendere i cambiamenti, il suo inserirsi in un' area di racconto che si allarga ad altri tempi e ad altri luoghi, ad altre culture; raccontare di una famiglia sconfinando dal racconto privato, anche sociologico, rende visibile la complessità di quello che accade ad un intero gruppo sociale.

Vediamo così il bergamino di origine indiana che ripete i gesti di quello cremonese come vediamo la moglie inserviente dell'asilo nido che aggiunge la sua immagine a quella di altre scene urbane raccontate da Morandi, però vediamo anche che la storia non si riduce ad omologazione nei circuiti della vita sociale ed economica: i giochi, i coloratissimi sari di Pushpa e dell' amica Rani Rabita che cambiano il paesaggio di Piadena; i costumi tradizionali indossati nelle fotografie a colori attualizzano un "altrove" (e Morandi non cerca di ricondurlo ad una "normalità" locale, anzi, li sottolinea con lo sfondo di fiori di pesco nel giardino della Maga) che non si contrappone ma allarga la scena del paese lombardo.

Ancora l'aia dell' abitazione della famiglia Metha: è chiaramente un luogo dove, al nostro sguardo, i tempi si intrecciano (come accade anche nei sogni…) sfidando la linearità che noi attribuiamo ai processi di cambiamento: i nuovi abitanti della nostra campagna riportano segni di un' altra storia, Pushpa e la madre di Jagjit indossano abiti col tessuto a stampe floreali come erano comuni nei nostri anni Cinquanta, perfettamente armonici con la tradizionalissima tenda a far ombra all' ingresso, che verso la fine della sequenza si farà elemento scenico di un divertito gioco mimico dei nostri personaggi.

La fotografia di Morandi traccia sintesi stringenti tra bellezza e semplicità; lasciando fuori campo ogni ipotesi di recitazione, di regìa e costruzione dell' immagine, lascia spazio alla teatralità dei corpi.
La sequenza procede e finisce su registri leggermente spostati rispetto a quelli abituali di Morandi. Sono immagini giocose, recitate, minimamente allestite, ma in queste finzioni minime c' è molta verità (dislocata e condensata, come in una classica idea di sogno): una sorta di turbante sopra a una maglietta targata "Florida", un combattivo corpo a cui basta un perizoma e un turbante per viaggiare in una storia salgariana.

Ma la mitologia dei Tigrotti di Mompracem è scritta da uno che non ha mai messo piede in India, come molti di noi, è tutta torinese e appartiene alla nostra coscienza, al secolo scorso; forse è partendo dal gioco di specchi contrapposti del gioco, del sogno degli altrove che è possibile forzare i confini del luogo comune, delle definizioni di comodo, proporre una conoscenza diversa di quello che siamo e del luogo che abiteremo.

Paolo Barbaro
luglio 2002



Provincia di Cremona

La mia Africa

Fotografie di Giuseppe Morandi

dal 15 giugno al 7 luglio 2002
Centro culturale San Vitale
Piazza Sant'Angelo 1 - Cremon
a

In collaborazione con
A.P.I.C. Associazione Promozione Iniziative Culturali


Mostra promossa da
Biblioteca Comunale di Piadena






 

La mia AfricaLa mia Africa
Fotografie di Giuseppe Morandi

 

22-25 Agosto 2002
Lisbona


Associação Abril em Maio vai realizar entre 22 e 25 de Agosto próximo um encontro com elementos do Circolo Gianni Bosio (de Roma) e da Lega di Cultura di Piadena (com quem mantemos contactos regulares) subordinado ao tema “
A cultura popular ainda existe?”, na sua sede, em Lisboa.

Inaugurazione i1 22 agosto 2002 dell'esposizione fotografica nella capitale portoghese

"La mia Africa" in mostra a Lisbona

PIADENA - La mostra fotografica "La mia Africa", del piadenese Giuseppe Morandi, sbarca a Lisbona. II prossimo 22 agosto; infatti, sarà inaugurata nella capitale portoghese una fiera dedicata alla cultura popolare alla quale presenziera anche La Lega di Cultura, rappresentata dal suo presidente, Gianfranco Azzali. Cosi il giorno 22 Azzali e Alessandro Portelli del Circolo Gianni Bosio di Roma apriranno la fiera attraverso un dibattito nel quale, oltre a presentare la mostra fotografica, parleranno anche della tradizione popolare e dei suoi mutamenti.
Articolo originale - clicca per ingrandireNon solo: sempre il 22 di Agosto verrà proiettato il film di Giuseppe Morandi "I Paisan", commentato da alcune delle personalità più in vista nell'ambito cinematografico portoghese: Jorge Silva Melo e Josè Manuel Costa. Ma la presenza piadenese a Lisbona non si ferma qui: il giorno 23, infatti, si terrà un concerto di musica popolare italiana e protagonista sarà il coro "I Giorni Cantati" di Calvatone e Piadena. La fiera continuerà, poi, sino al 25 agosto con dibattiti, concerti e confronti nei quali avranno un ruolo di primo piano anche la Lega di Cultura e il circolo Gianni Bosio.
Le novità inerenti, alla Lega di Cultura, comunque, non si fermano qui. Giuseppe Morandi, infatti, oltre a prepararsi all'imminente fatica del suo prossimo film, si accinge anche a mostrare al pubblico il suo ultimo lavoro: la mostra fotografica "Il sogno ritorna" . Si tratta di una raccolta di scatti, per to più in bianco e nero, dedicati alla famiglia indiana Mehta che da anni vive a Piadena. "Quel the ho voluto immortalare - ci dice Morandi - è una famiglia indiana nel quotidiano e nel sogno. Non solo, quindi, nelle attivita di ogni giorno ma anche dal punto di vista dell'identità e della cultura che appartiene a queste persone". La mostra sarà allestita in occasione della fiera settembrina piadenese e, in quell'occasione, sara per la prima volta sottoposta al giudizio del pubblico. Intanto un'ottima critica sugli scatti di Morandi è già pervenuta dalla penna di Paolo Barabaro, docente dell'Università di Parma che vede tra "La mia Africa" e "Il sogno ritorna" una continuità e una correlazione evidenti. "La mia Africa - scrive Barbaro - è come un racconto ravvicinato della trasformazione, racconto di una nuova coralità fatta da soggetti che modificano il paesaggio umano dei luoghi di Morandi, soggetti che ne vengono anche modificati, ma al nostro autore evidentemente non interessa unificare tutto, mostrare l'integrazione come omologazione: II sogno ritorna è proprio un approfondimento, una precisazione in questo senso".

(KATIA BERNUZZI, La Cronaca, 5 Agosto 2002)

A CULTURA POPULAR (AINDA) EXISTE?

 

Consulta il programma completo della
manifestazione di Lisbona (22-25 Agosto 2002)

"A CULTURA POPULAR (AINDA) EXISTE?"

 

 

 

 

 

retro (1,1 MB)Tratto da "Estaca Zero" (14 settembre 2002)
http://go.to/abrilemmaio

Cliccare sull'immagine per ingrandirla...

fronte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lisbona morandiPIADENA - Una nuova mostra a Piadena, un'altra a Lisbona, due film-documentario in cantiere, la presentazione della videocassetta `I Paisan'. Giuseppe Morandi sta vivendo un periodo intensissimo della sua attività artistica. A livello locale, il 6 settembre prossimo, grazie al Comune e alla Lega di Cultura, inaugurerà la mostra " Il sogno ritorna" presso il municipio. Protagonista della rassegna, che rappresenta la naturale evoluzione de `La mia Africa', la famiglia, indiana (e piadenese d'adozione) Mehta, con Jagjit e la moglie Pushpa, i figli i Simona e Hani, immortalati in immagini che "sembrano rimandare - scrive Paolo Barbaro dell'Università di Parma - ad un tempo che l'occidente ha perso. Appunto come un sogno che ritorna" (Morandi ora è in India). Dal 25 al 28 agosto la Lega di Cultura e il gruppo 'I giorni cantati' di Calvatone e Piadena; invitati da `Abril em Maio', approderanno a Lisbona, dove sarà allestita 'La mia Africa'. Non manchera la proiezione dei film di Morandi, che a settembre saranno inoltre presentati alla Cineteca di Bologna. Il fotografo, inoltre, girerà presto due nuovi documentari da 21 minuti ciascuno sui `nuovi operai' e i `nuovi contadini', con la collaborazione di Ermanno Olmi. `Location', la zona tra Piadena e Brescia. Seguira un lungometraggio.

(La Provinca, 13 Agosto 2002)

 



ALTRE MOSTRE
(con e senza catalogo)

La cascina muore al Vho
Piadena, 1964
Berkeley, San Francisco, 1984

Cavallo Ciao
Piadena, 1967

Un altro paese: Orgosolo
Piadena,1972

La cascina cremonese (con Luigi Ghisleri)
Cremona, 1975
Cambridge, 1990

I Paisan
Cremona, 1979

Volti della Bassa padana
Cremona, 1984

La maialatura
Mantova, 1984

Cremonesi a Cremona
Cremona, 1987

Quelli di Mantova
Castiglione delle Stiviere, 1991

Gesichter der Poebene
Postdam, 1992
Berlino, Wolfsburg, 1993

Ventunesima estate
Commessaggio, 1994

Quem trabalha a terra na baixa padana (1948/85)
Lisbona, 1996
Coimbra, Porto, Madeira, 1997

O Donna, Donna
Piadena, 1997