La Bassa in un film: Marco Muller produce Morandi

Pontirolo. Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia
La Bassa in un film Marco Muller produce Morandi

PONTIROLO DI DRIZZONA – E’ venuto con la moglie Viviana a trovare i suoi amici Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali della Lega di Cultura, «ma soprattutto la Genia», la mamma del ‘Micio’. Marco Muller, produttore cinematografico, già direttore della Mostra del Cinema di Venezia, è arrivato poco prima delle 20, proveniente dalla zona di San Giacomo Po e Bagnolo San Vito, dove Ermanno Olmi sta girando Cento chiodi, il film che ha come protagonista Raz Degan. Grandi, come sempre, la cordialità e il senso dell’ospitalità di casa Azzali. Ed è davanti ad un bicchiere di buon bianco che Muller fa il punto della situazione su I Colori della Bassa, il film che Morandi e Micio stanno girando da parecchi mesi nelle nostre zone. «In Italia è sempre molto difficile far svolgere in modo compiuto un film documentario che non si riconduca ai consueti canoni di un programma audiovisivo per la tv — dice Muller —. E’ sempre mancato un cinema diaristico che sposasse il partito degli esseri e delle cose per come sono e non per come vorremmo raccontarci che sono. Ebbene, questo fanno Morandi e Azzali quando documentano le trasformazioni socio-economiche delle campagne.

I Colori della Bassa sarà, anzi è, un diario del presente». E un lavoro del genere «non è una esperienza di cinema dove si possa sceneggiare qualcosa, perchè si definisce nel suo farsi, e potenzialmente non ha fine, anche perchè ad ogni angolo si aprono nuove strade da indagare». Tutto ciò, senza tentare di «comporre un universo poetico magari bello ma inutile». Allora, interviene Morandi, potrà non piacere, «ma la realtà, che i più non conoscono, è quella di ‘catene di smontaggio’ degli animali, dove 15.000 galline vengono sgozzate ogni giorno». Una realtà, aggiunge Azzali, «dove la anche terra è troppo sfruttata, forse prevaricata dalla tecnologia». Per Muller «Morandi e Azzali, veri e unici ricercatori sul campo, svelano un’Italia segreta». E’ quanto «ha sempre fatto Giuseppe, che nel cinema europeo ha solo un equivalente nel cineasta francese Georges Rouquier (autore di Farrébique, opera sul mondo contadino)».

di Davide Bazzani (La Provincia 29 Maggio 2005)

La Provincia – 4.8.2004
La Cronaca – 10.6.2003
Il Manifesto 2.8.2003
La Repubblica – agosto 2003

Il sogno ritorna

inquanta anni fa Giuseppe Morandi scattava, sedicenne, le sue prime fotografie, mosso, racconta lui, dalle immagini dei filari, degli amici e di sua cugina. Aveva trovato un modo suo di mettersi in rapporto con il mondo. 

Così ancora prima del risultato estetico Morandi scopre l` immagine come rapporto umano e sociale vivo. 

Questa vitalità dà alle sue foto qualche cosa di più di una memoria e trasforma la nostalgia che altrimenti ci stringerebbe il cuore e basta. Mettendo insieme le mostre organizzate da Morandi e dalla Lega di cultura di Piadena, coautrice paziente del suo lavoro, i fotogrammi si trasformano in un unico grande film, in un potente flusso di immagini che raccontano quanto è accaduto agli uomini e alle cose a Piadena in questo ultimo mezzo secolo. Quanto è accaduto sotto i nostri occhi è così sconvolgente che rifiutiamo di rendercene conto fino in fondo aggrappandoci ad una normalità sempre più irreale. Ma sappiamo benissimo che abbiamo assistito ad avvenimenti straordinari, ad un salto della storia, alla distruzione di un mondo e alla nascita di un altro. 

Il primo grande ciclo di fotografie del Morandi mostrava una classe, il suo modo di vivere e quindi un suo mondo vissuto che stavano per essere distrutti. I Paisàn si trasformavano in operai o in piccola borghesia. “I vecchi braccianti, cavallanti, bifolchi, mandriani, bergamini e le loro mogli sono trasportati al ricovero. Piangono. Si affannano. E` finita.” (volantino della Lega di cultura, 1 maggio 1967). Il capitale agrario si ristrutturava. Qualche decina di anni dopo i campi svuotati dagli uomini risuonano del lavoro dei trattori e di gigantesche macchine agricole; le cascine, i vecchi luoghi di comunità, ma anche di pena, si trasformano in depositi o in ruderi. E` stata un`epopea: Una intera popolazione con nonni, bambini e animali domestici si è trasformata, ha cambiato i suoi costumi e lasciato dietro a sé un patrimonio muto di pietre e di memoria. Quando negli anni `60 Morandi fotografava gli ultimi Paisàn non si sapeva nulla ancora di questo approdo in un nuovo paesaggio umano e agroalimentare, che sarà documentato e raccontato poi nelle foto degli anni `80 e `90. C` era chi accusava Morandi di fotografare i Paisàn come se fossero gli ultimi mohicani, ma lui scattava le sue foto per un riscatto di dignità, proprio per non finire nelle riserve. Non credeva nel futuro della piccola borghesia, la vera vincitrice delle lotte del ventesimo secolo, anche se ha dedicato due volumi (“Cremonesi a Cremona” e “Quelli di Mantova”) alla sua immagine ambigua e oscillante tra ottusità e progresso, tra corpi di consumo e corpi di lavoro. Non sono immagini che fanno sognare, anche se Morandi, in questo per fortuna poco ideologico, trova ovunque, in qualsiasi ambiente umano, uno paio di occhi che illuminano il futuro.

Ora invece, con la nuova mostra, il sogno ritorna. Cosa vuol dire questo titolo dato alle fotografie della famiglia di Jagjit e Puspha Mehta Rai fatte a Piadena nel 2002? La chiave della mostra mi pare siano i due grandi ritratti degli sposi in ricco costume indiano, sotto un albero di ciliegi giapponesi con i suoi fiori rosa, il tutto a colori smaglianti (rari nell`opera del Morandi che privilegia nettamente il bianco e nero). Non appaiono veri, diciamolo, rasentano il kitsch con queste citazioni esotiche di un mondo lontano e felice. Facile scambiarli per pubblicità, difficile accettare l`idea che qui, tra le nebbie della Bassa, le Mille e una notte siano scese in qualche cascina superstite. Se fossero vere, queste immagini sarebbero la prova di un sogno che né i Paisàn, né nessun altro a Piadena ha mai avuto la possibilità o il coraggio di fare. Perciò la difficoltà di riconoscerle, perciò il riferimento alla pubblicità o al folklore turistico, versioni tanto note quanto alienate dei nostri desideri. Ma queste foto del Morandi sono vere, sono realtà.

Lo dimostrano le venticinque altre foto dedicate al contesto nel quale vive questa coppia indiana. Possiamo leggere tutta la mostra come il seguito di “La mia Africa”, ma centrata su una sola famiglia e quindi approfondita (40 anni fa è stata la famiglia Azzali la chiave fondamentale per capire la condizione dei Paisàn). Apre Simona, la piccola figlia, con un passo di danza nel cortile. La vediamo con aria di sfida nella foto di famiglia in un cortile alberato di Piadena e poi cavalcare sulle spalle del padre, giocare insieme al fratello Hani e ancora con il fratello fare i bagni in due bidoni pieni di acqua. Nulla pare distingue la loro infanzia dalla nostra. Non pare nemmeno più strano vedere tre bambini indiani davanti al Comune o due madri indiane davanti alla facciata di mattoni del Tempio. Gli elementi edilizi che appaiono, mattoni, tegole e legno, fanno parte del grande universo contadino che va dall`India alla Bassa e consentono forse a chi arriva dalle campagne dell`India una certa familiarità con l`ambiente nuovo. 
E` una famiglia “arrivata”, tutta allegra con la sua macchina nuova nel cortile. Dopo venti anni di soggiorno Jagjit ha la cittadinanza italiana. Ha fatto vari lavori (venditore di patatine nel Circo Orfei, cuoco in un ristorante a Modena) e ormai fa il bergamino, ben pagato perché nessuno vuole o sa più fare questo mestiere, impegnativo per il lavoro di notte, ma non massacrante come una volta. Lo fa con competenza e grazia (dovuta si dice a quel rapporto particolare della cultura indiana con gli animali). Anche Puspha lavora. La vediamo insieme a maestre e tre bambini in un asilo dove fa le pulizie. Un ultima parte dell`inchiesta inizia con una foto di famiglia davanti alla casa e una foto dei genitori in visita a Piadena (con la vita dura iscritta nel viso della madre) per finire in un gioco di sguardi da sotto la porta e di travestimenti. A Jagjit piace raccontare il passato nel presente usando i vestiti. E la famiglia partecipa. Bellissimo l`uso della tenda, del siparietto che divide il dentro dal fuori. C`è una foto dal dentro: Jagjit coperto dalla Gianghia vicino alla finestra nell` intimità di una persona adulta e innocente.

E` stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Puspha si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall`armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell` India. Morandi incontra i due nella casa della “maga Adele”. Capisce tutto. Il sogno dell`India portato come dote nella Bassa. E di più: I più umili, una volta i Paisàn, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di cinquanta anni fa ha trovato una fine (ma la storia continua) imprevista e imprevedibile, intuita e profetizzata allora solo da un poeta:

“Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama colore.
Si chiama colore, la nuova estensione del mondo.

Dobbiamo ammettere l’ idea di migliaia di figli neri o marrone
Infanti con l’ occhio nero e la nuca ricciuta.

Altre voci, altri sguardi, altre danze: tutto dovrà diventare
Familiare e ingrandire la terra!”

Pasolini nel film LA RABBIA (1962)

Morandi sulla Bassa che cambia

Cinema. La nuova casa di produzione è di Marco Mueller,
ex direttore del festival di Locarno. Progetto per Delbono

Morandi sulla Bassa che cambia

Il fotografo di Piadena gira un film per la neonata Downtown Pictures

La Provincia 30-7-2003

Articolo La Provincia
La Provincia – 30 Luglio 2003
di Giorgio Raimondi. ROMA — La prima coproduzione turco-cipriota, il debutto alla regia di Chiara Caselli, un film tra kung-fu e storia dedicato a Marco Polo, un horror in una Bologna invasa dai vampiri, documentari sulle canzoni popolari. E un progetto legato al fotografo piadenese Giuseppe Morandi. Sono solo alcuni dei film che la Downtown Pictures, la nenonata casa di produzione di Marco Mueller, ha in cantiere. Un programma, ha spiegato ieri Mueller (ex direttore artistico del festival di Locarno e produttore di Fabrica), all’insegna dello sconfinamento tra generi.
Ecco i primi titoli in programma:
FANGO. Al film del regista turco Darvish Zaim il compito di portare a battesimo la casa di produzione, E’ il primo film della Cipro riunita e racconta della guerra silenziosa che dal 1974 accende i nazionalismi alle porte di casa nostra.
ISOLA. Probabilmente avrà un altro titolo il lungometraggio con cui l’attrice Chiara Caselli debutta dietro la macchina da presa dopo il successo del suo corto per Sempre. Protagonista è Anna in tre momenti della sua vita, a 9, 27 e 84 anni. «Due anni e mezzo di lavoro sulla sceneggiatura per trasformare idee, desideri e immagini in un solida struttura per il film», ha spiegato Chiara Caselli aiutata nella fase di scrittura da Monica Zapelli (I cento passi) e Jaco Van Dormael.
VOCI. Nella sala montaggio del documentario Guerra sulla tournée in Palestina, Pippo Delbono ha scoperto che la dimensione cinematografica «gli apparteneva». Dall’incontro con Mueller è nato poi il progetto di Voci (titolo provvisorio), un’esplorazione di una Genova inedita per il grande schermo raccontata attraverso gli attori della sua compagnia.
BACKSTAGE. Provengono dal teatro anche Pietro Babina e Fiorenza Menni, protagonisti di un progetto che esplora «come lo spettacolo sia diventato una forma possibile di terrorismo, e come il terrorismo possa divenire forma di spettacolo».
IL COLORE DELLA BASSA e L’ORMA TAGLIATA. Due diversi progetti che si collocano come un viaggio nella pianura di ieri e oggi. Nel viaggio del cineasta e fotografo Giuseppe Morandi nella Bassa Padana si racconta il mondo contadino contemporaneo e i suoi colori, «il colore dei soldi, che è sempre bianco — come Morandi tiene a sottolineare — e quello del lavoro, quello degli indiani, pakistani, nigeriani, cinesi che sono i nuovi contadini della Bassa Padana». Alla Romagna di ieri è invece dedicato il film di Marco Martinelli con Ermanna Montanari, una sorta di western ambientato tra Otto e Novecento tra briganti, anarchici e ribelli.
MARCO POLO e MORIRE DI PIACERE. Un film d’azione tra kung-fu, storia e leggenda e un horror sui vampiri hanno in comune un team di sceneggiatori molto particolari: lo scrittore di fantascienza Valerio Evangelisti, Fausto Brizzi e Marco Martani, sceneggiatori degli ultimi film di Neri Parenti.
SONASÒ. La musica di tradizione orale nel nostro Meridione è la protagonista del documentario di Gianfranco Pennone, un viaggio nel Sud Italia e nelle sue sonorità. Ma i progetti della Downtown Pictures non si fermano qui: un lungometraggio di quasi fantascienza, HINTERLANDS di Gianfranco Rosi, il ritorno al cinema di Edo Bertoglio a più di 20 anni anni da Downtown 81 con DATED e un insolito thriller politico cinese PELLE DIPINTA.

Il film “Il colore della Bassa” dopo i sondaggi è pronto per partire con le riprese, assieme a Malic Ba e il Micio.
La voglia di pace e di un mondo diverso è grande e pertanto vediamoci per progettare il futuro.
Un abbraccio a tutti.
Il Micio e Murand

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Articolo apparso su Ciak (2 Settembre 2002)

Nata ad aprile, è stata presentata ufficialmente al Lido Downtown Pictures, casa di produzione fondata da Marco Muller. L’ex direttore di Locarno, nonché produttore di successo con Fabrica Cinema (Oscar per No man’s land di Tanovic, premi nei maggiori festival per Lavagne di Samira Makhmalbaf, 17 anni di Zhang Yuan e Moloch di Sokurov, per citarne alcuni), ha intrapreso la nuova iniziativa con Emanuele Costa, Umberto Lago, Viviana Queirolo e altri. Obiettivo: la valorizzazione di nuovi talenti e autori originali, da spingere con forza sul mercato. articolo originale – clicca per ingrandire<> dicono loro. Downtown ha inoltre stabilito un accordo biennale di coproduzione con Rai Cinema, che selezionerà alcuni progetti da sostenere: e infatti i maggiori dirigenti dell’azienda pubblica di cinema erano presenti all’aperitivo dell’altra sera all’Excelsior. “Collaboriamo dal ’97 con Muller, che lavora con talenti ottenendo anche grandi risultati, ha dichiarato il presidente Giuliano Montaldo. Tra i primi titoli prodotti da Downtown Pictures (che punterà sia su registi italiani che su autori di cinematografie emergenti): Dated (Scaduti) di Edo Bertoglio, Oakland non deve bruciare di Gianfranco Rosi, Il colore della Bassa di Giuseppe Morandi, Fango di Darvish Zaim (sul conflitto turco-greco per Cipro) e Sonasò di Gianfranco Pannone. Budget previsto per ogni film, in media 2 milioni di euro.
“La nostra iniziativa e in continuità con l’esperienza di Fabrica>> di cui Muller è attualmente direttore. La società, che ha sede a Bologna, punterà molto anche sul digitale: tre dei primi cinque film saranno girati con le nuove tecnologie.

(Ciak In Mostra – n.5 – 2 Settembre 2002)

Il sogno ritorna

Comune di Piadena
Lega di Cultura di Piadena

Palazzo Comunale di Piadena
6 – 22 Settembre 2002

Il sogno ritorna

Fotografie di Giuseppe Morandi

Presentazione della prima esposizione (2002)

Il sogno ritorna: cosa può avere a che fare un titolo così allusivo, forse intimistico, con il racconto stringente, profondamente storico e aderente alla realtà fisica, materiale, che Giuseppe Morandi svolge con la fotografia e il cinema dalla metà del secolo scorso? Qual’ è il sogno e quale ritorno sono suggeriti in queste immagini del 2002?
La serie segue quella sugli immigrati di Piadena, il “volto del tempo” in un paese, in un luogo circoscritto che il nostro autore battezza “La mia Africa”. Aveva iniziato, incoraggiato dalla Biblioteca civica di Piadena, con il proposito di mostrare il luogo attraverso i rituali collettivi, gli aspetti della massificazione che sconvolgono un tessuto di rapporti, che ne rendono obsoleta e improponibile ogni forma di convivialità che non passi attraverso il danaro: le file al supermercato, le partite allo stadio, quelli che una volta si chiamavano i riti del consumo e che adesso sembrano essere la normalità, se non l’ unica realtà possibile. Però Morandi non trova interessante, non trova utile a nessuno raccontare di un disastro avvenuto. Sceglie allora di tracciare il ritratto delle persone che portano qualcosa di nuovo, con un po’ di retorica si potrebbe dire il ritratto di “quelli di Piadena” del nuovo millennio. Quindi gli immigrati, dall’ Africa e dall’ India e dall’ oriente ma anche dal meridione dell’ Italia, in un paesaggio entro cui rituali e culture sembrano mescolarsi in modo indistinto, cercando di rintracciare i fili che legano e identificano civiltà differenti; sullo sfondo alcuni valori forti: dignità, solidarietà, consapevolezza. 

La mia Africa, quindi, come racconto ravvicinato della trasformazione, racconto di una nuova coralità fatta da soggetti diversi che modificano il paesaggio umano dei luoghi di Morandi, soggetti che ne vengono anche modificati, ma al nostro autore evidentemente non interessa unificare tutto, mostrare l’ integrazione come omologazione: Il sogno ritorna è proprio un approfondimento, una precisazione in questo senso.

La prima fotografia ritrae una bambina, Simona Metha, al centro dell’ aia della cascina in cui abita, nel mezzo di un’ inquadratura di impianto frontale, centrale, siamo nella primavera del 2002. Lei ha scelto dove farsi fotografare, la posa da assumere ed il modo di mostrarsi, Morandi l’ha posta all’ apertura di questo racconto minimo, semplice ma raffinatissimo. E’, appunto, una fotografia in qualche modo sognante e tesa tra la bellezza di Simona e il racconto puntuale della scena (la luce del sole che la staglia sul fondo con le macchine agricole sembra puntata sulla scena proprio per lei), del luogo. Sappiamo che lei è il futuro di un intero mondo, che questo è lo scenario di un inizio. 

Ancora centrale, simmetrico come nella tradizione del gruppo di famiglia, è l’immagine festiva della famiglia Metha: Jagjit in giacca e farfallino, la moglie Pushpa sobriamente elegante, i figli Simona e Hani con abiti più vivaci.

Non sono fotografie particolarmente centrate su un evento né su una situazione particolari. Sono immagini non molto diverse da quelle che chiunque si trovi in casa una macchina fotografica fa alla propria famiglia, magari con l’ autoscatto, e nemmeno l’ origine delle persone (le storie complesse, a tratti drammatiche che hanno portato Jagjit e i suoi a Piadena) sembrano lasciare tracce in queste fotografie della normalità. 

Anche l’ immagine dei giochi appare priva di costruzione, ma se le guardiamo e le pensiamo con più attenzione (le fotografie di Morandi hanno sempre richiesto e prodotto molta attenzione, molto pensiero) ci rendiamo conto che la fisicità dei giochi, la sottolineata stabilità dei ruoli (il padre che regge, solleva, porta come in trionfo…) appartengono a un modo di concepire il rapporto tra generazioni ormai da noi dispersa, forse irrimediabilmente mediata dagli oggetti (il giocattolo o l’ accessorio regalati ai figli, la televisione da guardare assieme se va bene…) o dislocata in spazi in qualche modo neutri (i corsi sportivi, di lingua, di musica… addestramento e attrezzatura per una socialità che viene rimandata sempre dopo, sempre altrove) così che queste fotografie del gioco assumono un’ aria desueta, sembrano rimandare ad un tempo che l’ occidente ha perso. Appunto come un sogno che torna. 
Ancora i bambini, a casa e in paese con un amico, ancora corpi che parlano di modelli che si sovrappongono: Simona conosce meglio il “come si sta davanti ad una camera”, conosce ed ammira le figure della televisione mentre Hani sembra meno attrezzato a questo, più impacciato in rappresentazioni in cui l’ azione o la recitazione esplicita non hanno ruolo, ma nella fotografia a colori della piccola “banda urbana” nella piazza di Piadena questi futuri “tre dell’ Ave Maria” (è il soprannome che Morandi aveva dato a tre attivisti sindacali, ritratti in Volti della Bassa Padana negli anni Ottanta) mostrano una fierezza diversa.

Il lavoro di Jagjit, un tassello della ricerca sul cambiamento del lavoro agrario, richiama ancora le inquadrature di I Paisan, e a parte l’ abbigliamento e alcuni attrezzi (un berretto da baseball invece della calotta incrostata di sterco, la mungitrice elettrica…) sembra ricalcare le immagini dei contadini di quarant’ anni prima.

Quando Morandi fotografa in questo modo così lineare, così apparentemente sempre uguale a se stesso si potrebbe pensare ad una comoda semplificazione, ad una messa tra parentesi della storia e delle trasformazioni che quella società ha subìto, ma credo che i suoi strumenti vadano interpretati in altri termini. 

Forse Morandi ha capito prima di altri che il modello bidimensionale di molte analisi sociologiche e etnografiche, diacronia/sincronia, sviluppo storico/situazione bloccata in un dato istante, di stampo strutturalista e derivato dalla linguistica post saussuriana, serve più a costruire altri modelli astratti che non a capire una data realtà. Se quindi avesse inseguito fotograficamente le “novità”, le code dei supermercati e gli spazi dell’ alienazione, avrebbe ridotto il proprio ruolo a quello di illustratore di luoghi comuni.

La stessa opposizione tra città e campagna corrisponde ad una semplificazione che il nostro autore ha sempre avuta presente quando rilevava i modelli urbani dei Paisan, quando leggeva le città della Lombardia dal punto di vista della campagna, quando affronta nodi complessi tra politica e soggettività, tra destino e desiderio. Quindi Morandi aggiunge altri dati a quello della storia e a quello del racconto del “come è ora”, lavora per serie e non per belle e singole immagini, racconta relazioni e non singoli episodi; quando stringe il campo su un volto, su un corpo, è per condividere e rendere condivisibile la sua posizione in uno spazio più ampio. Allora è necessario mostrare il lavoro agrario in termini immobili per meglio rendere i cambiamenti, il suo inserirsi in un’ area di racconto che si allarga ad altri tempi e ad altri luoghi, ad altre culture; raccontare di una famiglia sconfinando dal racconto privato, anche sociologico, rende visibile la complessità di quello che accade ad un intero gruppo sociale. 

Vediamo così il bergamino di origine indiana che ripete i gesti di quello cremonese come vediamo la moglie inserviente dell’asilo nido che aggiunge la sua immagine a quella di altre scene urbane raccontate da Morandi, però vediamo anche che la storia non si riduce ad omologazione nei circuiti della vita sociale ed economica: i giochi, i coloratissimi sari di Pushpa e dell’ amica Rani Rabita che cambiano il paesaggio di Piadena; i costumi tradizionali indossati nelle fotografie a colori attualizzano un “altrove” (e Morandi non cerca di ricondurlo ad una “normalità” locale, anzi, li sottolinea con lo sfondo di fiori di pesco nel giardino della Maga) che non si contrappone ma allarga la scena del paese lombardo.

Ancora l’aia dell’ abitazione della famiglia Metha: è chiaramente un luogo dove, al nostro sguardo, i tempi si intrecciano (come accade anche nei sogni…) sfidando la linearità che noi attribuiamo ai processi di cambiamento: i nuovi abitanti della nostra campagna riportano segni di un’ altra storia, Pushpa e la madre di Jagjit indossano abiti col tessuto a stampe floreali come erano comuni nei nostri anni Cinquanta, perfettamente armonici con la tradizionalissima tenda a far ombra all’ ingresso, che verso la fine della sequenza si farà elemento scenico di un divertito gioco mimico dei nostri personaggi.

La fotografia di Morandi traccia sintesi stringenti tra bellezza e semplicità; lasciando fuori campo ogni ipotesi di recitazione, di regìa e costruzione dell’ immagine, lascia spazio alla teatralità dei corpi. 
La sequenza procede e finisce su registri leggermente spostati rispetto a quelli abituali di Morandi. Sono immagini giocose, recitate, minimamente allestite, ma in queste finzioni minime c’ è molta verità (dislocata e condensata, come in una classica idea di sogno): una sorta di turbante sopra a una maglietta targata “Florida”, un combattivo corpo a cui basta un perizoma e un turbante per viaggiare in una storia salgariana. 

Ma la mitologia dei Tigrotti di Mompracem è scritta da uno che non ha mai messo piede in India, come molti di noi, è tutta torinese e appartiene alla nostra coscienza, al secolo scorso; forse è partendo dal gioco di specchi contrapposti del gioco, del sogno degli altrove che è possibile forzare i confini del luogo comune, delle definizioni di comodo, proporre una conoscenza diversa di quello che siamo e del luogo che abiteremo.

Paolo Barbaro
luglio 2002