PREMIO SOLINAS A GIUSEPPE MORANDI

ROMA 19 dicembre 2013

Gentilissimo Giuseppe Morandi,
siamo felici di annunciarLe che la Giuria del Premio Solinas, ideato nel 1986 per ricordare la figura e l’opera di Franco Solinas ha deciso di consegnarLe la Medaglia del Presidente della Repubblica concessa al PREMIO DOCUMENTARIO PER IL CINEMA.
Nella stessa occasione sarà consegnata a Marco Bellocchio la Medaglia del Presidente della Repubblica concessa al Premio Franco Solinas e a Francesco Bruni la Medaglia del Presidente della Repubblica concessa al Premio Storie per il Cinema e per soggetti cinematografici inediti.
Siamo molto onorati di poter condividere con Lei questo prezioso momento per ricordare la figura, l’opera, il rigore e la visione di Franco Solinas e sottolineare l’importanza dell’impegno del Premio Solinas a favore dei giovani, del talento e del futuro del cinema italiano.
La manifestazione è prevista per il 19 dicembre alle ore 11 alla casa del Cinema.
Restiamo a Sua disposizione per eventuali altre informazioni.
In attesa di un Suo cortese cenno di riscontro Le inviamo i nostri più cordiali saluti
Annamaria Granatello Emanuele Bevilacqua
Direttore Artistico Presidente

PREMIO SOLINAS
Via Cerveteri, 14 | 00183 Roma

Mi piaceva lavorare – Film documentario

Nuovo film-documentario di Grabek Michael sul Micio che verrà presentato a Berlino domenica 9 novembre 2008. La festa comincia verso le 18.00 nella “Die Werkstatt der Kulturen”, la casa di cultura (in italiano forse: “laboratorio di cultura”) di Berlino che è una istituzione rappresentativa, conosciuta e abbastanza famosa a Berlino. www.mi-piaceva-lavorare.eu.

Lavoro e piacere

Micio lavorava volentieri, gli piaceva il lavoro nella stalla e , più tardi, nella fabbrica metallurgica. La conclusione storica individuale di Micio è quindi positiva. Nessuna traccia di euforia. La differenza tra “piacere” e “gioia e voglia”, però, poteva e può essere enorme.
Non bisogna cadere nell’equivoco di inserire il “mi piaceva lavorare” di Micio nel contesto della idealizzazione propria della fine del XVIII sec, e nutrita da Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, secondo cui gli italiani, diversamente dai popoli del nord, lavorano non solo per vivere ma per godere. Questa interpretazione sarebbe per il Micio politico troppo prosaica. Tali mitizzazioni gli sono estranee, ma egli è tuttavia fiero del suo lavoro, fiero, come ogni lavoratore, delle proprie capacità e dei risultati produttivi della sua opera.

Micio non era il “padrone”, il proprietario dei mezzi di produzione, e il lavoro era spesso faticoso e “mica da ridere”, ma lui l’ha fatto comunque, e anche bene e con passione, così come aveva fatto suo padre lavorando nelle stalle come “bergamino”. Micio ha così tutti i motivi e il diritto di prendere il famoso articolo uno della costituzione italiana e di mettere letteralmente il dito nella piaga dei primi paragrafi (nell’articolo 4 si riconosce addirittura a tutti cittadini il diritto al lavoro!?), di ricordarne, 60 anni dopo l’entrata in rigore, “la scarsa applicazione” e di richiedere un nuovo, serio dibattito su di essa, che faccia scaturire delle conseguenze pratiche.
Non sogna più una repubblica di lavoratori ; ma che il suo Paese, la sua res publica sia fondata sul lavoro è semplicemente una verità che deve essere oggi più che mai riconosciuta, difesa e nuovamente discussa, a fronte di milioni di disoccupati, precari, forze di lavoro altamente qualificate, ma non adoperate e che rischiano pertanto di perdere le capacità acquisite.

Micio è cosciente dell’assurdità che in Italia da un lato venga conferito, da più di un secolo, il titolo di “Cavaliere del lavoro”, ma che non si sia in grado, dall’altro, di realizzare una politica economica moderna che abbia alla base lo sviluppo del lavoro. Esiste una singolare simbiosi tra culto degli eroi e mancanza di idee. Nella crisi si guarda ai “cavalieri”, agli “eroi”. Povero Paese, se ha bisogno di questa trasfigurazione, di questa esaltazione ideologica, penserà Micio. Uno che non detiene nessun titolo, ma che ha contribuito alla ricchezza dell’Italia. Di cavalieri del lavoro come Berlusconi lui può soltanto sorridere scuotendo il capo. Loro, i cavalieri, non hanno mai lavorato produttivamente. A Micio basta guardarsi le mani per ricordarsi di un’antica saggezza dei paisàn:

“Chi lavora si fa il callo
e non va mai a cavallo.”

Ciao Micio e ancora buon lavoro

Michael Grabek, Berlino

Il colore della bassa

“Noi dobbiamo accettare il peso di questo tempo triste.
Dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire”

William Shakesperae – Re Lear

Il poeta intravede la realtà, va oltre l’apparenza, scorge l’invisibile e se un tempo è triste, lui lo dice, non nasconde la difficoltà e la gravità che stanno intorno all’uomo, che sono dentro l’uomo. Se l’uomo esteriore si inganna e rimuove il reale, nasconde la testa sotto la sabbia e non ascolta i messaggi del corpo, dell’anima e anche quelli della natura, è ora che il poeta lo riporti con i piedi per terra e il capo in cielo.
Oggi la tristezza è quella nel vedere la rimozione che l’uomo mette in atto nel rapporto con la terra, con l’ambiente naturale che ci circonda.
Stiamo andando oltre ogni limite, stiamo violentando e uccidendo l’ambiente che ci ospita e di cui siamo, anche se non vogliamo più riconoscerlo, figli.
Abbiamo imboccato una strada senza uscita, stiamo distruggendo la possibilità di continuare a vivere su questa terra.
La natura si riformerà, non morirà, ma l’uomo si.
Grazie Giuseppe, grazie Micio! Vi siete presi di responsabilità di dire, di parlare di questa tristezza e di questa realtà: “dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire”
La tristezza di questi tempi è quella, anche, di essere tutti immersi e travolti da una comunicazione, da parole che non sono autentiche perchè convenienti
In quella sala ho sentito una tristezza infinita, un gran dolore allo stomaco e un grandissimo bisogno di piangere e di silenzio.
Con le vostre immagini (per certi versi scandalose) e le parole, essenziali come il racconto prevedeva, siete arrivati all’ anima delle persone, certamente alla mia.
Un’ anima che di questi tempi può apparire deserta e che i poeti e le persone come voi, con il loro lavoro profondo possono risvegliare e riscaldare.
Ancora grazie per il prezioso lavoro di dire e raccontare il vostro sentito.
Vi abbraccio
Luisa Broggini

La recensione

Il video curato da Giuseppe Morandi sulla nuova realtà del lavoro e della produzione agricola nelle cascine della Bassa Padana rappresenta, come alcuni altri lavori della Lega di cultura popolare, una sorta di sviluppo e di aggiornamento delle cose e dei fatti illustrati in passatp per iscritto, per immagini (foto ed altro) e, sempre più frequentemente, per audiovisivi. Detto per inciso in questo campo il gruppo di Piadena ha svolto una funzione pionieristica, per cui si dispone di vari documentari sulla condizione di lavoro e di vita nelle cascine a partire dagli anni ’60. E questo tra l’altro permette di presentare sempre in contrappunto il lavoro e la gente di allora con il lavoro e la gente di ora.
Una delle più grandi novità di questi anni è il come è cambiata la gente. E arrivata gente nuova e non si tratta dei meridionali – che in realtà non sono mai arrivati in massa a lavorare nelle campagne, nelle cascine – bensì di lavoratori stranieri: extracomunitari – si diceva una volta – gente del sud del mondo. A seconda del lavoro e a seconda del periodo in cui è svolta l’indagine c’è gente di colore diverso. La prima volta che lo notai – e davvero rimasi impressionato – erano i neri che giocavano a pallone ritratti nel bel volume di foto, La mia Africa. Sarò lento ma ci misi un po’ a capire che quei giovanottoni non erano un ennesimo Pelè o che so io, bensì lavoratori regolarmente immigrati, regolarmente sfruttati e regolarmente integrati in quella agricoltura sempre più ricca che è l’agricoltura delle cascine della bassa padania. Nelle foto di quel libro oltre ai giocatori di pallone neri c’erano tanti altri giovani uomini e donne di varia etnia e nazionalità
Già, la gente. Ed è di nuovo di gente che si parla in questo video che comincia parlando della vita quotidiana di: immigrati indiani di lavoratori, di lavoratrici, di mamme e di bambini che vanno a scuola. Anzi di bambini che vanno “molto bene” a scuola: il che è una grande gioia per il padre. E poi vediamo il padre al lavoro nella stalla a fare il bergamino. E ancora il bambino che lo aiuta nel lavoro di bergamino. Ma si tratta già del bergamino dell’azienda meccanizzata: la mungitrice – è ovvio – è automatica. Ma sempre all’alba ci si alza. Cioè, non sempre all’alba, perché una volta ci si alzava alle due. Ed è un’anziana donna – non so se si debba dire una arzdora – che svegliava una volta il marito e soprattutto i figli recalcitranti alle due di mattina.
Ed è qui che compare il Micio. Micio ha sicuramente un nome all’anagrafe ma compagni, sociologi e etno-musicologi lo chiamano sempre così. Non so se egli risponderebbe ad un altro nome. Ma di certo risponde alle domande. Con competenza sociologica e politica racconta l’organizzazione del lavoro della stalla e della cascina in generale, quando ci si alzava alle due di mattina. Poi vennero i grandi processi di meccanizzazione e tutto cambiò: le macchine sostituirono gli uomini, la cascina cambiò volto. il lavoro pesante di una volta certamente finì e soprattutto cambiò volto. Ma non sempre il cambiamento implicò miglioramento.
Certo, implicò miglioramento sul livello di vita, fece sparire la miseria, ridusse la fatica e certamente l’oppressione padronale. Ma si ridusse, fino a scomparire la vita comunitaria della cascina. C’è un altro video – non ricordo dove l’ho visto – davvero impressionante del gruppo di Piadena. E’ un sonoro, anzi si fa per dire. Infatti nella cascina degli anni ’50 ci sono i rumori degli animali e dei carri ma soprattutto tante voci della gente. La stessa cascina ripresa dal video oggi è pressoché deserta ma soprattutto assordantemente silenziosa. E questo vuol certo dire qualcosa.
Ma nel suo intervento il Micio oltre che di meccanizzazione parla del cibo che ora viene prodotto nella bassa padana. E qui il discorso si fa complesso. Niente da dire sulla produzione altamente meccanizzata dei provoloni (prodotto notoriamente padano e non tanto napoletano: Auricchio docet). Ma è sull’allevamento dei polli che il discorso di Micio fa venire qualche problema, almeno per quel che riguarda le galline ovaiole. Nelle condizioni in cui vivono (pochi centimetri quadrati a testa) in allevamenti che arrivano a molti centinaia di migliaia di capi, le galline sono sottoposte a un bombardamento di antibiotici per evitare infezioni. Speriamo che quando smettono di essere produttive non le vendano come carne: sarebbe una cura a gratis di antibiotici. Micio e le altre voci narranti parlano degli effetti della meccanizzazione e della nuova realtà tecnologica. Qui vorrei ricordare una cosa che, sottolineata spesso da Guido Crainz nel suo bel volume Padania quando evidenzia come la meccanizzazione e lo sviluppo tecnologico intenso siano stati anche la risposta al rafforzamento della classe operaia agricola (dei paisan) negli anni ’50 e poi è andato avanti vorticosamente.
Lasciano veramente senza fiato: la serie di “catene di smontaggio” utilizzate ora nei macelli di carne suina e bovina ma anche di pollame. Io non ho idea di cosa siano stati i macelli di Chicago che hanno ispirato Brecht nella santa Giovanna, ma qui si vede un taylorismo ad alta meccanizzazione che non lascia scampo ne ai pochi operai che ci lavorano ne soprattutto alle bestie.
Non credo che i metodi tradizionali di macellazione fossero meno crudeli di quelli attuali ma la macellazione taylorista dei vitelli e soprattutto dei maiali, è spettacolo da non raccomandare a persone troppo sensibili: it is not for sissies. E’ il sottofondo musicale dell’estate di Vivaldi diventa anch’esso, per qualche strano meccanismo che non riesco a comprendere, lugubre.
Ma nel video non c’è solo questo, c’è la nuova vita della bassa. La nuova gente, i nuovi paisan che, guarda caso, vengono da lontano, soprattutto dalla India. E guardano con speranza al futuro, ai figli che studiano e che non devono fare il lavoro minorile disperante e disperato che con qualche breve flash sull’India il video fa vedere. I nuovi colori della bassa, che io ho sempre pensato un po’ grigia, sono quelli giusta appunto della gente di colore e il gruppo di Piadena gli ha incorporati diventando così forte veicolo di integrazione.
Enrico Pugliese

PIADENA — E’ stato accolto con interesse il film documentario di Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali sulle trasformazioni del mondo agricolo intitolato Il colore della Bassa, presentato venerdì pomeriggio fuori concorso nella Sala Perla alla 65esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. «Siamo contenti», ha commentato ieri Morandi. «Siamo andati a Venezia con un gruppo di una trentina di persone». C’erano le impiegate comunali colleghe di Morandi, il sindaco Gabriella Malanca, gli amici della Lega di Cultura, la famiglia di Jajit Mehta (che compare nel film) in costume indiano e diversi altri amici.

«Con i film girati negli anni ’50 e ’60, ed in particolare con “i paisan” e “la giornata del bergamino” ci siamo trovati a contatto con una realtà locale, un mondo fatto di persone della nostra terra. C’era sofferenza, ma anche dignità. Il lavoro era massacrante, ma mai alienante. Si rispettava il ciclo della vita degli animali come quello delle piante. Oggi tutto questo non c’è più, tranne che in poche e isolate realtà. Questo cambiamento è quello che ci ha portato dopo 50 anni nelle stesse campagne, annotando con la videocamera le diversità e tutti i mutamenti della nostra amata terra. Sono cambiati appunto “i colori della bassa” e questo da un punto di vista è anche bello, perché come la famiglia indiana che si vede nel film, perfettamente integrata e capace di riportare alla vita la cascina di un tempo ci dà una possibilità e un esempio. I lavori dei padri considerati troppo faticosi e sporchi non vengono più fatti dai figli che preferiscono chiudersi in un auto ogni giorno e fuggire dalle campagne per andare a passare otto ore all’interno di un qualsiasi grigio edificio.
L’altro colore che abbiamo trovato cambiato rispetto al passato, e questo in termini negativi, riguarda l’agricoltura e gli allevamenti ridotti ad una sorta di catena di montaggio, dove si perde la dimensione umana della coltivazione, e dell’allevamento. Grandi macchine, nastri, trivelle, seghe, pistole e mille altri strumenti hanno cambiato il mondo forse per sempre».

«The films made in the 50s and 60s, and in particular “I paisan” and “La giornata del bergamino”, showed us a local reality, a world with people from our own country. There was suffering, but also dignity. Their job was extremely heavy, but never alienating. They used to respect the animals as well as the plants. Nowadays this does not happen anymore, apart from a few and isolated places. After the 50s there was a great change in the agriculture, and this is the reason why we went back there, in order to film the diversity and all the changing in our beloved country. “The colours of the bassa” have changed, but this can be good. The film gives an example with the Indian family, which is well integrated and is capable of re-establish some old traditions. They make us reflect about the possibility to live in a more natural way, which is respectful towards the land and the people, like in the past. The tiring and heavy work done by the fathers in the past is not done anymore by their children. Young people prefer to travel by car every day, in order to leave the countryside and spend eight hours inside any grey building. The other colour which is now different, but in a negative way, is the one of agriculture and farming. These are now assembly lines, where the growing and farming have got no human dimension anymore. Big machines, conveyor belts, drills, saws and lots of other tools have changed the world, may be forever».

Biografia/Biography
Morandi Giuseppe, nasce a Piadena il 25 agosto 1937. Azzali Gianfranco, nasce a Drizzona il 10 marzo 1947. Sono i fondatori della Lega di Cultura di Piadena (1967), che
dalla sua fondazione ha fatto ricerca sulla civiltà contadina, sulle lotte contadine degli anni del dopoguerra (1948/1949), sul repertorio di canti popolari e della cultura altra. La Lega di Cultura organizza dibattiti, si occupa di ricerca fotografica e cinematografica, di comunicazione e di spettacolo. A Piadena in occasione della sua festa annuale (l’ultima domenica di marzo) si tengono dibattiti e incontri tra migliaia di compagni di tutta Europa, e alcuni provenienti persino dagli U.S.A. La Lega di Cultura pubblica testi di storia locale fatta dai paisan e dagli operai, libri fotografici e allestisce mostre, in Italia e all’estero.

Morandi Giuseppe, was born in Piadena, 25th August 1937. Azzali Gianfranco, was born in Drizzona, 10th March 1947. They founded La Lega di Cultura di Piadena in 1967. Since it was established it has been researching on farmers agriculture, on their post-war conflicts (1948/1949) in order to have their rights guaranteed, on their repertory of folk songs and on their alternative culture. La Lega di Cultura organizes debates and deals with photographic, communication and film research. Every year, on the last Sunday of March, lots of people from everywhere in Europe and even from the Usa, attend debates and meetings in Piadena. La Lega di Cultura publishes books about the local history, as well as photographic books. They also set up exhibitions and debates, in Italy and abroad.

Filmografia/Filmography
1956 I Paisan: El pasturin; 1957 Morire d’estate; 1961 El Calderon; 1964 Inceris li barbi; 1966 Baratterie el massa el nimal; 1966 El Vho; 1967 La giornata del bergamino; 1967 Jon, du, tri, quater, sac; 1967 La Madasi la massa l’och; 1967 Tonco, la festa del tacchino; 1967 Cavallo ciao

Cast artistico
Gianfranco Azzali
Mehta Jagjit Rai
Devi Puspha
Mehta Simona
Mehta Hani

Cast tecnico
Produttore esecutivo
Giampaolo Smiraglia

Idea e soggetto
Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali

Suono in presa diretta
Sergio Lodi e Gianfranco Azzali

Fotografia
Giuseppe Morandi

Montaggio
Andrea Chiantelli

Regia
Giuseppe Morandi
Documentario, colore 30 minuti, Italia 2008

Settembre 2008. Il film presentato a Venezia.

Settembre 2007. Il Film è concluso, si sta pianificando la presentazione e la distribuzione.

Gennaio 2005. Il film avanza, le ultime riprese hanno riguardato alcuni funerali, mentre le riprese al supermercato sono state vietate.

Ottobre 2004. Le riprese continuano: il macello dei polli a Nostranello S.Felice, la danza di Jagjit e Simona, un funerale civile, la scuola di latino americano di Ghedi… nel 2005 la presentazione a Venezia del film.

La Bassa in un film: Marco Muller produce Morandi

Pontirolo. Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia
La Bassa in un film Marco Muller produce Morandi

PONTIROLO DI DRIZZONA – E’ venuto con la moglie Viviana a trovare i suoi amici Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali della Lega di Cultura, «ma soprattutto la Genia», la mamma del ‘Micio’. Marco Muller, produttore cinematografico, già direttore della Mostra del Cinema di Venezia, è arrivato poco prima delle 20, proveniente dalla zona di San Giacomo Po e Bagnolo San Vito, dove Ermanno Olmi sta girando Cento chiodi, il film che ha come protagonista Raz Degan. Grandi, come sempre, la cordialità e il senso dell’ospitalità di casa Azzali. Ed è davanti ad un bicchiere di buon bianco che Muller fa il punto della situazione su I Colori della Bassa, il film che Morandi e Micio stanno girando da parecchi mesi nelle nostre zone. «In Italia è sempre molto difficile far svolgere in modo compiuto un film documentario che non si riconduca ai consueti canoni di un programma audiovisivo per la tv — dice Muller —. E’ sempre mancato un cinema diaristico che sposasse il partito degli esseri e delle cose per come sono e non per come vorremmo raccontarci che sono. Ebbene, questo fanno Morandi e Azzali quando documentano le trasformazioni socio-economiche delle campagne.

I Colori della Bassa sarà, anzi è, un diario del presente». E un lavoro del genere «non è una esperienza di cinema dove si possa sceneggiare qualcosa, perchè si definisce nel suo farsi, e potenzialmente non ha fine, anche perchè ad ogni angolo si aprono nuove strade da indagare». Tutto ciò, senza tentare di «comporre un universo poetico magari bello ma inutile». Allora, interviene Morandi, potrà non piacere, «ma la realtà, che i più non conoscono, è quella di ‘catene di smontaggio’ degli animali, dove 15.000 galline vengono sgozzate ogni giorno». Una realtà, aggiunge Azzali, «dove la anche terra è troppo sfruttata, forse prevaricata dalla tecnologia». Per Muller «Morandi e Azzali, veri e unici ricercatori sul campo, svelano un’Italia segreta». E’ quanto «ha sempre fatto Giuseppe, che nel cinema europeo ha solo un equivalente nel cineasta francese Georges Rouquier (autore di Farrébique, opera sul mondo contadino)».

di Davide Bazzani (La Provincia 29 Maggio 2005)

La Provincia – 4.8.2004
La Cronaca – 10.6.2003
Il Manifesto 2.8.2003
La Repubblica – agosto 2003

Morandi sulla Bassa che cambia

Cinema. La nuova casa di produzione è di Marco Mueller,
ex direttore del festival di Locarno. Progetto per Delbono

Morandi sulla Bassa che cambia

Il fotografo di Piadena gira un film per la neonata Downtown Pictures

La Provincia 30-7-2003

Articolo La Provincia
La Provincia – 30 Luglio 2003
di Giorgio Raimondi. ROMA — La prima coproduzione turco-cipriota, il debutto alla regia di Chiara Caselli, un film tra kung-fu e storia dedicato a Marco Polo, un horror in una Bologna invasa dai vampiri, documentari sulle canzoni popolari. E un progetto legato al fotografo piadenese Giuseppe Morandi. Sono solo alcuni dei film che la Downtown Pictures, la nenonata casa di produzione di Marco Mueller, ha in cantiere. Un programma, ha spiegato ieri Mueller (ex direttore artistico del festival di Locarno e produttore di Fabrica), all’insegna dello sconfinamento tra generi.
Ecco i primi titoli in programma:
FANGO. Al film del regista turco Darvish Zaim il compito di portare a battesimo la casa di produzione, E’ il primo film della Cipro riunita e racconta della guerra silenziosa che dal 1974 accende i nazionalismi alle porte di casa nostra.
ISOLA. Probabilmente avrà un altro titolo il lungometraggio con cui l’attrice Chiara Caselli debutta dietro la macchina da presa dopo il successo del suo corto per Sempre. Protagonista è Anna in tre momenti della sua vita, a 9, 27 e 84 anni. «Due anni e mezzo di lavoro sulla sceneggiatura per trasformare idee, desideri e immagini in un solida struttura per il film», ha spiegato Chiara Caselli aiutata nella fase di scrittura da Monica Zapelli (I cento passi) e Jaco Van Dormael.
VOCI. Nella sala montaggio del documentario Guerra sulla tournée in Palestina, Pippo Delbono ha scoperto che la dimensione cinematografica «gli apparteneva». Dall’incontro con Mueller è nato poi il progetto di Voci (titolo provvisorio), un’esplorazione di una Genova inedita per il grande schermo raccontata attraverso gli attori della sua compagnia.
BACKSTAGE. Provengono dal teatro anche Pietro Babina e Fiorenza Menni, protagonisti di un progetto che esplora «come lo spettacolo sia diventato una forma possibile di terrorismo, e come il terrorismo possa divenire forma di spettacolo».
IL COLORE DELLA BASSA e L’ORMA TAGLIATA. Due diversi progetti che si collocano come un viaggio nella pianura di ieri e oggi. Nel viaggio del cineasta e fotografo Giuseppe Morandi nella Bassa Padana si racconta il mondo contadino contemporaneo e i suoi colori, «il colore dei soldi, che è sempre bianco — come Morandi tiene a sottolineare — e quello del lavoro, quello degli indiani, pakistani, nigeriani, cinesi che sono i nuovi contadini della Bassa Padana». Alla Romagna di ieri è invece dedicato il film di Marco Martinelli con Ermanna Montanari, una sorta di western ambientato tra Otto e Novecento tra briganti, anarchici e ribelli.
MARCO POLO e MORIRE DI PIACERE. Un film d’azione tra kung-fu, storia e leggenda e un horror sui vampiri hanno in comune un team di sceneggiatori molto particolari: lo scrittore di fantascienza Valerio Evangelisti, Fausto Brizzi e Marco Martani, sceneggiatori degli ultimi film di Neri Parenti.
SONASÒ. La musica di tradizione orale nel nostro Meridione è la protagonista del documentario di Gianfranco Pennone, un viaggio nel Sud Italia e nelle sue sonorità. Ma i progetti della Downtown Pictures non si fermano qui: un lungometraggio di quasi fantascienza, HINTERLANDS di Gianfranco Rosi, il ritorno al cinema di Edo Bertoglio a più di 20 anni anni da Downtown 81 con DATED e un insolito thriller politico cinese PELLE DIPINTA.

Il film “Il colore della Bassa” dopo i sondaggi è pronto per partire con le riprese, assieme a Malic Ba e il Micio.
La voglia di pace e di un mondo diverso è grande e pertanto vediamoci per progettare il futuro.
Un abbraccio a tutti.
Il Micio e Murand

___

Articolo apparso su Ciak (2 Settembre 2002)

Nata ad aprile, è stata presentata ufficialmente al Lido Downtown Pictures, casa di produzione fondata da Marco Muller. L’ex direttore di Locarno, nonché produttore di successo con Fabrica Cinema (Oscar per No man’s land di Tanovic, premi nei maggiori festival per Lavagne di Samira Makhmalbaf, 17 anni di Zhang Yuan e Moloch di Sokurov, per citarne alcuni), ha intrapreso la nuova iniziativa con Emanuele Costa, Umberto Lago, Viviana Queirolo e altri. Obiettivo: la valorizzazione di nuovi talenti e autori originali, da spingere con forza sul mercato. articolo originale – clicca per ingrandire<> dicono loro. Downtown ha inoltre stabilito un accordo biennale di coproduzione con Rai Cinema, che selezionerà alcuni progetti da sostenere: e infatti i maggiori dirigenti dell’azienda pubblica di cinema erano presenti all’aperitivo dell’altra sera all’Excelsior. “Collaboriamo dal ’97 con Muller, che lavora con talenti ottenendo anche grandi risultati, ha dichiarato il presidente Giuliano Montaldo. Tra i primi titoli prodotti da Downtown Pictures (che punterà sia su registi italiani che su autori di cinematografie emergenti): Dated (Scaduti) di Edo Bertoglio, Oakland non deve bruciare di Gianfranco Rosi, Il colore della Bassa di Giuseppe Morandi, Fango di Darvish Zaim (sul conflitto turco-greco per Cipro) e Sonasò di Gianfranco Pannone. Budget previsto per ogni film, in media 2 milioni di euro.
“La nostra iniziativa e in continuità con l’esperienza di Fabrica>> di cui Muller è attualmente direttore. La società, che ha sede a Bologna, punterà molto anche sul digitale: tre dei primi cinque film saranno girati con le nuove tecnologie.

(Ciak In Mostra – n.5 – 2 Settembre 2002)

Un nuovo film per Morandi – Iniziate le riprese

Sono iniziate il 13 settembre 2002 le riprese del film “Il colore della bassa”, a San Lorenzo Guazzone. Seguiranno a Piadena, Mantova e Solarolo Rainerio.
Giuseppe Morandi si prepara ad una nuova fatica. Ce lo annuncia in tenuta estiva…

La cronaca – 2- 8 – 2002

Un nuovo film per Morandi

Come sono cambiati i volti dei lavoratori nella Bassa

PIADENA – Giuseppe Morandi si prepara ad una nuova fatica. Ce lo annuncia in tenuta estiva, pronto per andare in piscina assieme alla famiglia Metha – tra le protagoniste dell’imminente pellicola – nel bar dell’angolo della piazza piadenese, a pochi passi dal Municipio, dove lo stesso Morandi lavora.
Articolo originale, clicca per ingrandire”Gireremo un nuovo film – ci racconta con tutta tranquillità – grazie a FabricaCinema che da poco ha una sede a Bologna e che, tra i suoi progetti, ha anche i due cortometraggi che ambienteremo qui nella Bassa. La settimana prossima andremo di nuovo a Bologna per accordarci su tempi e modalita; l’idea, comunque è quella di documentare la realtà dei nuovi contadini e dei nuovi operai della nostra zona. Ormai i lavori più pesanti, infatti, non sono più svolti da italiani, ma da stranieri. Anche nella Bassa questo è un dato di fatto e ciò che voglio raccontare è proprio tale realtà. Nelle stalle lavorano gli indiani e nelle fabbriche gente di colore. Anche la famiglia Metha che ioconosco da tempo farà parte di questo film: Jagjit Rai Metha – padre di Simona e Hani – infatti è un indiano che qui in Italia fa il bergamino. Il film si intitolerà, “Rico Richeto leva sò ch’i è li dò e meza”; con molta probabilità il sottotitolo sarà “I colori della Bassa”, espressione con la quale si vuole indicare proprio il mutamento del colore della pelle della gente che ora si dedica ai lavori che da sempre caratterizzano la nostra zona.

L’espressione dialettale del titolo, invece, si riferisce ad una frase della dalla mamma del Micio (Giuseppe Azzali, ndr) già nel precedente film “I Paisan” quando chiamava Richeto, appunto, per alzarsi e andare a lavorare nella stalla. Aiuto regista sarà il Micio e avremo consulenze anche da parte di Ermanno Olmi. L’idea di questo nuovo film in realtà c’era già da on po’, più o meno dal 1999 quando, grazie alla collaborazione con Marco Muller, il film i “I Paisan” ha partecipato al Festival di Locarno. Già allora con Muller si era parlato di girare un’altra pellicola ed ora è arrivato il momento buono. Le riprese dei bergamini le faremo soprattutto in provincia di Cremona mentre quelle degli operai anche nel bresciano. Se tutto procede bene il film dovrebbe essere pronto entro la primavera prossima”.
Morandi torna cosi ad una delle sue passioni, il cinema, unita ad alcuni dei suoi temi più cari: il lavoro e l’uomo. “In primo piano comunque – sottolinea Morandi – c’è sempre l’uomo visto che è lui l’artefice di tutto, e poi il lavoro per il quale si adopera. Naturalmente le riprese avverranno nel massimo rispetto delle persone coinvolte e nella salvaguardia della loro identità e cultura”.

Dopo la mostra fotografica “I Paisan”, l’omonimo film e la mostra “La mia Africa” (che tra poco sarà esposta a Lisbona) Morandi si rimette alla prova per raccontare, attraverso la realtà e con estrema naturalezza, quel che ci circonda. E di quel che ci circonda non c’è dubbio che ne dia un’immagine autentica; mai guarda dall’alto i suoi personaggi, ma come occasioni per un confronto e un dialogo continui dal quale spesso scaturiscono rapporti umani intensi e significativi. Così, terminata la piacevole conversazione, Morandi ci saluta e si dirige in piscina con parte della famiglia Metta: Simona e Hani – i due bambini – ne sono entusiasti e il padre Jagjit, sorridente, li accompagna. Noi ce ne andiamo, consapevoli che quel che vedremo nell’imminente pellicola nulla avrà a che fare con la finzione.

KATIA BERNUZZI
(La Cronaca – 2 Agosto 2002)

I Paisàn

I Paisan, 2001
(…) La civiltà contadina, che era durata 2000 anni stava finendo. Era iniziata la grande cacciata ed emigrazione dalla campagna. Iniziava il boom della Lambretta e della Seicento. Volevo filmare i riti ancora in atto di questa civiltà.(… ) Se io ho fotografato e filmato la mia gente è perche l’ho amata e ho condiviso la sua storia e la lotta per la sua emancipazione. Meglio, ho voluto dare loro un volto e raccontare la loro vita dall’interno, perche io ero e sono uno di loro. Ho voluto fissare la loro sapienza e il loro orgoglio. (Giuseppe Morandi)
I PAISAN – Un film di Giuseppe Morandi

Nato a Piadena (paese dove tuttora vive) nel 1937 da famiglia operaia e contadina, Giuseppe Morandi inizia a fotografare e girare filmati nel 1956, incoraggiato tra gli altri da Cesare Zavattini. Il suo lavoro fotografico, all’interno della lega di cultura di Piadena (fondata da Morandi e Gianfranco Azzali) viene conosciuto attraverso mostre e volumi (I Paisàn, Volti della Bassa padana, Cremonesi a Cremona, Quelli di Mantova, Ventunesima estate) presentati in Italia e in Europa. Il suo straordinario lavoro di cineasta, praticamente sconosciuto, è stato presentato per la prima volta al Festival di Locarno nel 1999 in edizione integrale. Il suo stile di cineasta “ad altezza d’uomo e di lavoro” è una vera rivelazione (Morandi è un istintivo che sa “mettere in scena il caso” e “monta in macchina”), potrebbe forse essere paragonato a quello del francese Georges Rouquier, l’autore dei memorabili Farrebique (1946) e Biquefarre (1983), se non andasse ancora più lontano nel testimoniare i mutamenti delle campagne (italiane) dal dopoguerra ad oggi.Il salvataggio dei suoi film, girati originariamente in 8mm, è stato curato dalla Cineteca di Bologna.

I Paisàn è composto da: EI Pasturin (estate 1956), Inceris li barbi (Diradano le barbabietole, 1964), Morire d’estate (23 giugno 1957), EI Vho (1966), La giornata del bergamino (Voltido 1967); Jon, du, tri, quater sac (La spartizione del granoturco, Voltido 1967); L’Amadasi la massa l’och (1967); Tonco, la festa del tacchino (1967); Cavallo ciao (Vho 1967); Baratieri el massa el animai (1966); EI Calderon (1991). [VHS 128′]

UNA PRODUZIONE: Cineteca Bologna

La recensione di Marco Muller
Chi sa se con questa cassetta la Cineteca del Comune di Bologna non ci consegni il primo capitolo di una “storia segreta del documentario italiano”? Così come lo si storicizza di solito, l’ambito documentaristico più noto appare in definitiva terra di nessuno, con poclù spazi di ricerca e scarsa tradizione, dove agli sprazzi di realismo si sovrappongono “sguardi d’autore”, retorica del “prezioso” o del “poetico”.
Eppure, controtendenza si erano mossi altri registi, portatori di un realismo immediato che andava oltre le teorizzazioni del “colto sul vivo”. Come Giuseppe Morandi, che ha costruito
pazientemente lungo quasi due decenni la sua opera cinematografica, pezzo a pezzo, a salti ma nella logica di un’estetica dove il modo di produzione poverissimo (una camera amatoriale a molla e poca pellicola, dunque un solo ciak; e il montaggio tutto realizzato in macchina, ma appena possibile con il suono in presa diretta, magari fatto con il Geloso prestato dall’amico e sincronizzato in casa) dettava il rigore della prima vera analisi dall’interno, in Italia, di una società e di una cultura, quella dei contadini dell’area del Po prima della definitiva meccanizzazione delle campagne.
Restando sempre fuori dal bozzetto, Giuseppe racconta gente e pezzi di mondo che conosce bene, privilegia il “piccolo” senza pretendere di ingigantirlo, non si attarda in soluzioni formali e paesaggistiche ma punta dritto sulle persone e i loro animali, non distoglie l’occhio quando questi ultimi, esaurito il loro potenziale di lavoro, muoiono di morte violenta per mano di quelli che aiutavano a lavorare. Non è difficile per il suo cinema appoggiarsi in tutto alla realtà, poiche il suosguardo, mai “esteriore”, sa organizzare quello che per altri rimarrebbe rozzezza o casualità. Anche quando sono chini sulla terra, piegati nelle diverse operazioni lavorative dei campi, tutti i suoi contadini risultano, anche nei film più brevi, protagonisti. Quest’antologia rende infine giustizia ad un cineasta sinora invisibile. E costituisce, a tutti gli effetti un’altra grande “prima”: quella di una Padània fuori dal mito e della divagazione cineletterarla. (m.m.)


> Film 8 mm
Morire d’estate, 1957
Barattieri el massa el nimal, 1966
lon du tri quater sac, 1967
La giornata del bergamino, 1967
Cavallo ciao, 1967
L’Amadasi la massa I’och, 1969

> Video
EI Calderon, 1991