VENTUNESIMA ESTATE

A Piadena (CR) presso il Palazzo Comunale (Piazza Garibaldi)
Fotografie di Giuseppe Morandi 1989-1993

Quando, circa tredici anni or sono, Giuseppe Morandi proponeva questa serie di fotografie intitolate Ventunesima Estate, molti rimasero perplessi, qualcuno scandalizzato. Succede quando un autore impone una brusca sterzata al suo modo di lavorare, ancor di più quando la sua opera, proseguendo una linea rigorosa che durava oltre trent’ anni, giunge ad esiti imprevisti, scarta quello che rischia di divenire luogo comune.
Morandi fotografa un amico giovane, Giuseppe Puerari; i primi scatti sono del 1989, quando Puerari è ancora un bambino, gli ultimi del 1993 quando è adulto, dopo il servizio militare.
Morandi è noto come fotografo, narratore, cineasta che racconta il mondo contadino, è capace di comporre storie corali prive di retorica e dense di un preciso senso di appartenenza ad un mondo e a una classe. Non è mai un illustratore ma un produttore di strumenti di lavoro culturale collettivo, strumenti semplici ma affilati come le sue immagini ben radicate nella cultura del realismo, quello di Strand e Zavattini e quello della fotografia sociale americana o della nuova oggettività germanica. E’ un intellettuale raffinato che ha sempre rifiutato il ruolo del pensatore (o ell’ artista) isolato e al di sopra della mischia, o del descrittore oggettivo: racconta la propria comunità dal suo interno ed in suo nome, con un punto di vista che gli deriva da un ragionamento politico. Allora come mai fotografa una sola persona, un solo corpo, anzi, inseguendo un tema così rischioso? Perché di discorsi sul passaggio dall’ adolescenza all’ età adulta è piena la storia della letteratura, della fotografia e del cinema, e purtroppo è una vicenda piena di storie intimiste se non sdolcinate, fuori da ogni implicazione collettiva che al massimo viene subita come contesto incidentale.
Tuttavia, se consideriamo come Morandi arrivi a questa serie possiamo capire alcuni fatti. Gli anni che seguono le prime pubblicazioni nazionali (I Paisan, da Mazzotta, 1979, e poi Volti della Bassa Padana, Cremonesi a Cremona, Quelli di Mantova, fino al 1991) vengono raccontati giustapponendo immagini dei contadini e del loro lavoro -dal 1957- e altre figure; l’ intenzione è sempre la stessa: rendere visibile una condizione, restituire la dignità dell’ immagine a chi ne era privato (i braccianti, i fittavoli, i bergamini…) e raccontare il cambiamento attraverso la figura delle persone. Al mondo contadino irrimediabilmente mutato e per molti aspetti scomparso Morandi affianca l’ analisi di un paesaggio umano locale; il ciclo sulle città non è il passaggio dal racconto rurale a quello urbano, è la storia di un cambiamento delle persone, del –mutamento antropologico- di cui parlava Pasolini. Alla fine degli anni Ottanta Morandi concepisce una serie che non verrà mai chiusa, più un’ ampia ipotesi di lavoro che il circoscrivere un tema, con un titolo folgorante: Corpi di lavoro e corpi di consumo. Il corpo quindi come terreno di dichiarazione sociale, come campo di evidenza della politica reale, della dimensione collettiva del vivere che prende sempre più evidenza, man mano che il lavoro diviene più astratto, che le ragioni economiche (politiche) dell’ organizzazione sociale divengono meno visibili. Il corpo, la figura, che continua a raccontare dopo che il lavoro finisce fuori campo, sempre meno evidente.
Morandi, allora, continua a fare quello che ha sempre fatto: racconta chi gli è vicino e conosce bene ma questa volta lo sguardo è insistente quanto privo di preconcetti.
Le fotografie scandiscono proprio il cambiamento del corpo, da quello di un bambino (ritratto con un amico) poi il servizio militare (attraverso l’ istantanea che gli scatta un commilitone) e il ritorno ad una vita che non lo soddisfa, il lavoro da muratore, il corpo che prende un’ evidenza statuaria, e il fotografo che non si vergogna di mostrarne la bellezza come le contraddizioni,; e poi la vita di tutti i giorni, la pesca, una intensa sequenza a casa, la discoteca, ed infine proprio l’ ultima cosa che resta, il corpo nudo, con l’ inquadratura che si ferma appena sopra il sesso e scatena altri dibattiti, altre polemiche. In fondo in queste foto non accade nulla se non lo svolgersi del vivere quotidiano, ma il mostrarlo appare volta per volta impudico, sfrontato, qualunquista, compiaciuto, voyeurista. Teniamo presente che quando la mostra è esposta, quando la Libreria Ponchielli di Cremona ne pubblica il libro (con le foto, una lunga dichiarazione di Giuseppe Puerari accreditato come coautore, una densa intervista di Morandi con Peter Kammerer) la Biennale d’ Arte di Venezia ha proprio –Il corpo- come tema, e contributi come quelli sul rapporto tra fotografia, corporeità, bellezza e impegno politico di Peter Berger , Rosalind Krauss, David Lévi Strauss sono ancora inediti o praticamente sconoscuiti.
Le successive serie di Morandi (da Uomini Terra Lavoro a La mia Africa, e il film I colori della bassa, in lavorazione) continueranno a scorrere storie collettive, e questo capitolo, questo affondo in una vicenda solo apparentemente privata, resterà isolato, ma solo in apparenza: Morandi ha dichiarato una volta per tutte che raccontare un mondo che cambia non può essere solo nostalgia di valori perduti e narrazione di condizioni scomparse. Guardare negli occhi il presente, senza pregiudizi e mettendovisi in gioco, ne è condizione indispensabile.

Paolo Barbaro
Luglio 2006

La Bassa in un film: Marco Muller produce Morandi

Pontirolo. Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia
La Bassa in un film Marco Muller produce Morandi

PONTIROLO DI DRIZZONA – E’ venuto con la moglie Viviana a trovare i suoi amici Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali della Lega di Cultura, «ma soprattutto la Genia», la mamma del ‘Micio’. Marco Muller, produttore cinematografico, già direttore della Mostra del Cinema di Venezia, è arrivato poco prima delle 20, proveniente dalla zona di San Giacomo Po e Bagnolo San Vito, dove Ermanno Olmi sta girando Cento chiodi, il film che ha come protagonista Raz Degan. Grandi, come sempre, la cordialità e il senso dell’ospitalità di casa Azzali. Ed è davanti ad un bicchiere di buon bianco che Muller fa il punto della situazione su I Colori della Bassa, il film che Morandi e Micio stanno girando da parecchi mesi nelle nostre zone. «In Italia è sempre molto difficile far svolgere in modo compiuto un film documentario che non si riconduca ai consueti canoni di un programma audiovisivo per la tv — dice Muller —. E’ sempre mancato un cinema diaristico che sposasse il partito degli esseri e delle cose per come sono e non per come vorremmo raccontarci che sono. Ebbene, questo fanno Morandi e Azzali quando documentano le trasformazioni socio-economiche delle campagne.

I Colori della Bassa sarà, anzi è, un diario del presente». E un lavoro del genere «non è una esperienza di cinema dove si possa sceneggiare qualcosa, perchè si definisce nel suo farsi, e potenzialmente non ha fine, anche perchè ad ogni angolo si aprono nuove strade da indagare». Tutto ciò, senza tentare di «comporre un universo poetico magari bello ma inutile». Allora, interviene Morandi, potrà non piacere, «ma la realtà, che i più non conoscono, è quella di ‘catene di smontaggio’ degli animali, dove 15.000 galline vengono sgozzate ogni giorno». Una realtà, aggiunge Azzali, «dove la anche terra è troppo sfruttata, forse prevaricata dalla tecnologia». Per Muller «Morandi e Azzali, veri e unici ricercatori sul campo, svelano un’Italia segreta». E’ quanto «ha sempre fatto Giuseppe, che nel cinema europeo ha solo un equivalente nel cineasta francese Georges Rouquier (autore di Farrébique, opera sul mondo contadino)».

di Davide Bazzani (La Provincia 29 Maggio 2005)

La Provincia – 4.8.2004
La Cronaca – 10.6.2003
Il Manifesto 2.8.2003
La Repubblica – agosto 2003

Il sogno ritorna

inquanta anni fa Giuseppe Morandi scattava, sedicenne, le sue prime fotografie, mosso, racconta lui, dalle immagini dei filari, degli amici e di sua cugina. Aveva trovato un modo suo di mettersi in rapporto con il mondo. 

Così ancora prima del risultato estetico Morandi scopre l` immagine come rapporto umano e sociale vivo. 

Questa vitalità dà alle sue foto qualche cosa di più di una memoria e trasforma la nostalgia che altrimenti ci stringerebbe il cuore e basta. Mettendo insieme le mostre organizzate da Morandi e dalla Lega di cultura di Piadena, coautrice paziente del suo lavoro, i fotogrammi si trasformano in un unico grande film, in un potente flusso di immagini che raccontano quanto è accaduto agli uomini e alle cose a Piadena in questo ultimo mezzo secolo. Quanto è accaduto sotto i nostri occhi è così sconvolgente che rifiutiamo di rendercene conto fino in fondo aggrappandoci ad una normalità sempre più irreale. Ma sappiamo benissimo che abbiamo assistito ad avvenimenti straordinari, ad un salto della storia, alla distruzione di un mondo e alla nascita di un altro. 

Il primo grande ciclo di fotografie del Morandi mostrava una classe, il suo modo di vivere e quindi un suo mondo vissuto che stavano per essere distrutti. I Paisàn si trasformavano in operai o in piccola borghesia. “I vecchi braccianti, cavallanti, bifolchi, mandriani, bergamini e le loro mogli sono trasportati al ricovero. Piangono. Si affannano. E` finita.” (volantino della Lega di cultura, 1 maggio 1967). Il capitale agrario si ristrutturava. Qualche decina di anni dopo i campi svuotati dagli uomini risuonano del lavoro dei trattori e di gigantesche macchine agricole; le cascine, i vecchi luoghi di comunità, ma anche di pena, si trasformano in depositi o in ruderi. E` stata un`epopea: Una intera popolazione con nonni, bambini e animali domestici si è trasformata, ha cambiato i suoi costumi e lasciato dietro a sé un patrimonio muto di pietre e di memoria. Quando negli anni `60 Morandi fotografava gli ultimi Paisàn non si sapeva nulla ancora di questo approdo in un nuovo paesaggio umano e agroalimentare, che sarà documentato e raccontato poi nelle foto degli anni `80 e `90. C` era chi accusava Morandi di fotografare i Paisàn come se fossero gli ultimi mohicani, ma lui scattava le sue foto per un riscatto di dignità, proprio per non finire nelle riserve. Non credeva nel futuro della piccola borghesia, la vera vincitrice delle lotte del ventesimo secolo, anche se ha dedicato due volumi (“Cremonesi a Cremona” e “Quelli di Mantova”) alla sua immagine ambigua e oscillante tra ottusità e progresso, tra corpi di consumo e corpi di lavoro. Non sono immagini che fanno sognare, anche se Morandi, in questo per fortuna poco ideologico, trova ovunque, in qualsiasi ambiente umano, uno paio di occhi che illuminano il futuro.

Ora invece, con la nuova mostra, il sogno ritorna. Cosa vuol dire questo titolo dato alle fotografie della famiglia di Jagjit e Puspha Mehta Rai fatte a Piadena nel 2002? La chiave della mostra mi pare siano i due grandi ritratti degli sposi in ricco costume indiano, sotto un albero di ciliegi giapponesi con i suoi fiori rosa, il tutto a colori smaglianti (rari nell`opera del Morandi che privilegia nettamente il bianco e nero). Non appaiono veri, diciamolo, rasentano il kitsch con queste citazioni esotiche di un mondo lontano e felice. Facile scambiarli per pubblicità, difficile accettare l`idea che qui, tra le nebbie della Bassa, le Mille e una notte siano scese in qualche cascina superstite. Se fossero vere, queste immagini sarebbero la prova di un sogno che né i Paisàn, né nessun altro a Piadena ha mai avuto la possibilità o il coraggio di fare. Perciò la difficoltà di riconoscerle, perciò il riferimento alla pubblicità o al folklore turistico, versioni tanto note quanto alienate dei nostri desideri. Ma queste foto del Morandi sono vere, sono realtà.

Lo dimostrano le venticinque altre foto dedicate al contesto nel quale vive questa coppia indiana. Possiamo leggere tutta la mostra come il seguito di “La mia Africa”, ma centrata su una sola famiglia e quindi approfondita (40 anni fa è stata la famiglia Azzali la chiave fondamentale per capire la condizione dei Paisàn). Apre Simona, la piccola figlia, con un passo di danza nel cortile. La vediamo con aria di sfida nella foto di famiglia in un cortile alberato di Piadena e poi cavalcare sulle spalle del padre, giocare insieme al fratello Hani e ancora con il fratello fare i bagni in due bidoni pieni di acqua. Nulla pare distingue la loro infanzia dalla nostra. Non pare nemmeno più strano vedere tre bambini indiani davanti al Comune o due madri indiane davanti alla facciata di mattoni del Tempio. Gli elementi edilizi che appaiono, mattoni, tegole e legno, fanno parte del grande universo contadino che va dall`India alla Bassa e consentono forse a chi arriva dalle campagne dell`India una certa familiarità con l`ambiente nuovo. 
E` una famiglia “arrivata”, tutta allegra con la sua macchina nuova nel cortile. Dopo venti anni di soggiorno Jagjit ha la cittadinanza italiana. Ha fatto vari lavori (venditore di patatine nel Circo Orfei, cuoco in un ristorante a Modena) e ormai fa il bergamino, ben pagato perché nessuno vuole o sa più fare questo mestiere, impegnativo per il lavoro di notte, ma non massacrante come una volta. Lo fa con competenza e grazia (dovuta si dice a quel rapporto particolare della cultura indiana con gli animali). Anche Puspha lavora. La vediamo insieme a maestre e tre bambini in un asilo dove fa le pulizie. Un ultima parte dell`inchiesta inizia con una foto di famiglia davanti alla casa e una foto dei genitori in visita a Piadena (con la vita dura iscritta nel viso della madre) per finire in un gioco di sguardi da sotto la porta e di travestimenti. A Jagjit piace raccontare il passato nel presente usando i vestiti. E la famiglia partecipa. Bellissimo l`uso della tenda, del siparietto che divide il dentro dal fuori. C`è una foto dal dentro: Jagjit coperto dalla Gianghia vicino alla finestra nell` intimità di una persona adulta e innocente.

E` stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Puspha si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall`armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell` India. Morandi incontra i due nella casa della “maga Adele”. Capisce tutto. Il sogno dell`India portato come dote nella Bassa. E di più: I più umili, una volta i Paisàn, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di cinquanta anni fa ha trovato una fine (ma la storia continua) imprevista e imprevedibile, intuita e profetizzata allora solo da un poeta:

“Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama colore.
Si chiama colore, la nuova estensione del mondo.

Dobbiamo ammettere l’ idea di migliaia di figli neri o marrone
Infanti con l’ occhio nero e la nuca ricciuta.

Altre voci, altri sguardi, altre danze: tutto dovrà diventare
Familiare e ingrandire la terra!”

Pasolini nel film LA RABBIA (1962)