MORANDI E MICIO NEGLI USA

The Italian Festival of Arts and Humanities presso la Montclair State University 

Segal Gallery Exhibit: An Italian Sense of Place I Featuring works by Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi. Runs through Feb. 9 / 2008 Italian Sense of Place I presents two complementary yet contrasting views of the Italian post-war photo-documentary tradition: Morandi and Micio’s powerful black and white images witness the lives of ordinary people from the Po Lowlands of northern Italy from within that world while the film-set photography of Novi’s documentation of Bernardo Bertolucci’s epic film 1900 describe that same world through the visual language of the cinema. 

Exhibition Dates: 01/08/08 – 02/09/08
Opening Reception:January 29th, 5:30 pm
Curators: Paolo Barbaro, Andrew Atkinson, Nancy Goldring, Claudia Cavatorta
Link: Art Exhibition Reception- An Italian Sense of Place I: Works by Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi

LINK:http://www.montclair.edu/italianfestival/morandi_micio_novi.html


Symposium: Photography and Cinema in Post-War Italy – Neo-Realism and the work of Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi

Symposium: Photography and Cinema in Post-War Italy, 01/29/08, 2:30 – 5:30 p.m. Speakers: Paola Barbaro, University of Parma; Claudia Cavatorta, University of Parma; Victoria de Grazia,Columbia University and the European University in Fiesole; Stefano Albertini, New York University and Director of the Casa Italiana Zerilli-Marimo 

Place: University Hall Conference Center 
LINK: http://www.montclair.edu/italianfestival/morandi_micio_novi.html 

Arti, volti e mestieri della Bassa Padana

Milano – mostra dal 10 ottobre al 5 novembre 2007

Giuseppe Morandi 

Arti, volti e mestieri della Bassa Padana 

presso il LIFEGATE CAFE’ 
Via Della Commenda 43 – Milano (Porta Romana) 

Rassegna Stampa_Mostra Morandi_LifeGate_Cafe

L’esposizione riassume una storia costruita negli anni dal 1957-1958 al 1968-1970: anni in cui l’impiegato comunale Giuseppe Morandi decise di utilizzare una Rollei 6×6 per immortalare squarci di mondo

LifeGate Cafè, situato in Via della Commenda 43 a Milano, si propone ancora una volta come location d’eccezione per iniziative culturali di rilievo: dal 10 ottobre al 5 novembre il locale esporrà le opere di Giuseppe Morandi, fotografo, scrittore e regista cinematografico, nato a Piadena, in provincia di Cremona, nel 1937.

Dal 1957 l’artista lombardo, esponente della Lega di Cultura di Piadena, racconta con parole e immagini la cultura delle campagne, di cui intende documentare tradizioni e cambiamenti, modelli e valori. La mostra fotografica “Arti, volti e mestieri della Bassa Padana” tende a ripercorrere le usanze e le condizioni di vita dell’ambiente contadino dall’immediato Dopoguerra agli anni Settanta, fino ad oggi: un’indagine storica sui protagonisti del mondo rurale italiano e sulle loro battaglie per l’emancipazione. Scenari antichi che parlano al moderno, attraverso volti, gesti, sguardi e oggetti quotidiani. Ritratti dell’uomo che è casa, lavoro, paese, società.

L’esposizione riassume una storia costruita negli anni dal 1957-1958 al 1968-1970: anni in cui l’impiegato comunale Giuseppe Morandi decise di utilizzare una Rollei 6×6 per immortalare squarci di mondo. La Genia, i vecchi braccianti, Pierino Azzali alla fiera di Recorfano, il Micio, la pumatera Laura Poli…ecco le facce, gli occhi, le mani, che, scatto dopo scatto, costituiscono il racconto di Giuseppe Morandi. Un racconto che il regista Bernardo Bertolucci ha scelto di utilizzare per la pellicola “Novecento”, interpretata da Robert De Niro nel 1976.

Morandi compie un lavoro minuzioso e attento: fotografa i contadini e i loro mestieri, fissa “il fatto a mano” mentre le macchine stanno per cancellare un’intera civiltà, impressa in mille incontri tra le case e le cascine della Bassa Padana, avvolte dal tempo che scorre, inesorabile. Figure intense, dotate di una forza singolare e avvolgente. All’artista non interessa conservare gli oggetti, ma i gesti e i comportamenti: le sue opere ci narrano la storia di come si faceva, di come si operava, di come si lavorava la terra o di come si costruivano gli strumenti di lavoro.

Riferendosi all’arte di Giuseppe Morandi, Arturo Carlo Quintavalle afferma: “Credo che voglia scrivere un romanzo, oppure un lungo racconto sulle storie del suo paese. Per Lui le facce parlano, e anche per noi, abituati alle espressioni stereotipe dell’universo di città: anche per noi queste facce finiscono per parlare”.

VENTUNESIMA ESTATE

A Piadena (CR) presso il Palazzo Comunale (Piazza Garibaldi)
Fotografie di Giuseppe Morandi 1989-1993

Quando, circa tredici anni or sono, Giuseppe Morandi proponeva questa serie di fotografie intitolate Ventunesima Estate, molti rimasero perplessi, qualcuno scandalizzato. Succede quando un autore impone una brusca sterzata al suo modo di lavorare, ancor di più quando la sua opera, proseguendo una linea rigorosa che durava oltre trent’ anni, giunge ad esiti imprevisti, scarta quello che rischia di divenire luogo comune.
Morandi fotografa un amico giovane, Giuseppe Puerari; i primi scatti sono del 1989, quando Puerari è ancora un bambino, gli ultimi del 1993 quando è adulto, dopo il servizio militare.
Morandi è noto come fotografo, narratore, cineasta che racconta il mondo contadino, è capace di comporre storie corali prive di retorica e dense di un preciso senso di appartenenza ad un mondo e a una classe. Non è mai un illustratore ma un produttore di strumenti di lavoro culturale collettivo, strumenti semplici ma affilati come le sue immagini ben radicate nella cultura del realismo, quello di Strand e Zavattini e quello della fotografia sociale americana o della nuova oggettività germanica. E’ un intellettuale raffinato che ha sempre rifiutato il ruolo del pensatore (o ell’ artista) isolato e al di sopra della mischia, o del descrittore oggettivo: racconta la propria comunità dal suo interno ed in suo nome, con un punto di vista che gli deriva da un ragionamento politico. Allora come mai fotografa una sola persona, un solo corpo, anzi, inseguendo un tema così rischioso? Perché di discorsi sul passaggio dall’ adolescenza all’ età adulta è piena la storia della letteratura, della fotografia e del cinema, e purtroppo è una vicenda piena di storie intimiste se non sdolcinate, fuori da ogni implicazione collettiva che al massimo viene subita come contesto incidentale.
Tuttavia, se consideriamo come Morandi arrivi a questa serie possiamo capire alcuni fatti. Gli anni che seguono le prime pubblicazioni nazionali (I Paisan, da Mazzotta, 1979, e poi Volti della Bassa Padana, Cremonesi a Cremona, Quelli di Mantova, fino al 1991) vengono raccontati giustapponendo immagini dei contadini e del loro lavoro -dal 1957- e altre figure; l’ intenzione è sempre la stessa: rendere visibile una condizione, restituire la dignità dell’ immagine a chi ne era privato (i braccianti, i fittavoli, i bergamini…) e raccontare il cambiamento attraverso la figura delle persone. Al mondo contadino irrimediabilmente mutato e per molti aspetti scomparso Morandi affianca l’ analisi di un paesaggio umano locale; il ciclo sulle città non è il passaggio dal racconto rurale a quello urbano, è la storia di un cambiamento delle persone, del –mutamento antropologico- di cui parlava Pasolini. Alla fine degli anni Ottanta Morandi concepisce una serie che non verrà mai chiusa, più un’ ampia ipotesi di lavoro che il circoscrivere un tema, con un titolo folgorante: Corpi di lavoro e corpi di consumo. Il corpo quindi come terreno di dichiarazione sociale, come campo di evidenza della politica reale, della dimensione collettiva del vivere che prende sempre più evidenza, man mano che il lavoro diviene più astratto, che le ragioni economiche (politiche) dell’ organizzazione sociale divengono meno visibili. Il corpo, la figura, che continua a raccontare dopo che il lavoro finisce fuori campo, sempre meno evidente.
Morandi, allora, continua a fare quello che ha sempre fatto: racconta chi gli è vicino e conosce bene ma questa volta lo sguardo è insistente quanto privo di preconcetti.
Le fotografie scandiscono proprio il cambiamento del corpo, da quello di un bambino (ritratto con un amico) poi il servizio militare (attraverso l’ istantanea che gli scatta un commilitone) e il ritorno ad una vita che non lo soddisfa, il lavoro da muratore, il corpo che prende un’ evidenza statuaria, e il fotografo che non si vergogna di mostrarne la bellezza come le contraddizioni,; e poi la vita di tutti i giorni, la pesca, una intensa sequenza a casa, la discoteca, ed infine proprio l’ ultima cosa che resta, il corpo nudo, con l’ inquadratura che si ferma appena sopra il sesso e scatena altri dibattiti, altre polemiche. In fondo in queste foto non accade nulla se non lo svolgersi del vivere quotidiano, ma il mostrarlo appare volta per volta impudico, sfrontato, qualunquista, compiaciuto, voyeurista. Teniamo presente che quando la mostra è esposta, quando la Libreria Ponchielli di Cremona ne pubblica il libro (con le foto, una lunga dichiarazione di Giuseppe Puerari accreditato come coautore, una densa intervista di Morandi con Peter Kammerer) la Biennale d’ Arte di Venezia ha proprio –Il corpo- come tema, e contributi come quelli sul rapporto tra fotografia, corporeità, bellezza e impegno politico di Peter Berger , Rosalind Krauss, David Lévi Strauss sono ancora inediti o praticamente sconoscuiti.
Le successive serie di Morandi (da Uomini Terra Lavoro a La mia Africa, e il film I colori della bassa, in lavorazione) continueranno a scorrere storie collettive, e questo capitolo, questo affondo in una vicenda solo apparentemente privata, resterà isolato, ma solo in apparenza: Morandi ha dichiarato una volta per tutte che raccontare un mondo che cambia non può essere solo nostalgia di valori perduti e narrazione di condizioni scomparse. Guardare negli occhi il presente, senza pregiudizi e mettendovisi in gioco, ne è condizione indispensabile.

Paolo Barbaro
Luglio 2006

La Bassa in un film: Marco Muller produce Morandi

Pontirolo. Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia
La Bassa in un film Marco Muller produce Morandi

PONTIROLO DI DRIZZONA – E’ venuto con la moglie Viviana a trovare i suoi amici Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali della Lega di Cultura, «ma soprattutto la Genia», la mamma del ‘Micio’. Marco Muller, produttore cinematografico, già direttore della Mostra del Cinema di Venezia, è arrivato poco prima delle 20, proveniente dalla zona di San Giacomo Po e Bagnolo San Vito, dove Ermanno Olmi sta girando Cento chiodi, il film che ha come protagonista Raz Degan. Grandi, come sempre, la cordialità e il senso dell’ospitalità di casa Azzali. Ed è davanti ad un bicchiere di buon bianco che Muller fa il punto della situazione su I Colori della Bassa, il film che Morandi e Micio stanno girando da parecchi mesi nelle nostre zone. «In Italia è sempre molto difficile far svolgere in modo compiuto un film documentario che non si riconduca ai consueti canoni di un programma audiovisivo per la tv — dice Muller —. E’ sempre mancato un cinema diaristico che sposasse il partito degli esseri e delle cose per come sono e non per come vorremmo raccontarci che sono. Ebbene, questo fanno Morandi e Azzali quando documentano le trasformazioni socio-economiche delle campagne.

I Colori della Bassa sarà, anzi è, un diario del presente». E un lavoro del genere «non è una esperienza di cinema dove si possa sceneggiare qualcosa, perchè si definisce nel suo farsi, e potenzialmente non ha fine, anche perchè ad ogni angolo si aprono nuove strade da indagare». Tutto ciò, senza tentare di «comporre un universo poetico magari bello ma inutile». Allora, interviene Morandi, potrà non piacere, «ma la realtà, che i più non conoscono, è quella di ‘catene di smontaggio’ degli animali, dove 15.000 galline vengono sgozzate ogni giorno». Una realtà, aggiunge Azzali, «dove la anche terra è troppo sfruttata, forse prevaricata dalla tecnologia». Per Muller «Morandi e Azzali, veri e unici ricercatori sul campo, svelano un’Italia segreta». E’ quanto «ha sempre fatto Giuseppe, che nel cinema europeo ha solo un equivalente nel cineasta francese Georges Rouquier (autore di Farrébique, opera sul mondo contadino)».

di Davide Bazzani (La Provincia 29 Maggio 2005)

La Provincia – 4.8.2004
La Cronaca – 10.6.2003
Il Manifesto 2.8.2003
La Repubblica – agosto 2003