Il colore della bassa

“Noi dobbiamo accettare il peso di questo tempo triste.
Dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire”

William Shakesperae – Re Lear

Il poeta intravede la realtà, va oltre l’apparenza, scorge l’invisibile e se un tempo è triste, lui lo dice, non nasconde la difficoltà e la gravità che stanno intorno all’uomo, che sono dentro l’uomo. Se l’uomo esteriore si inganna e rimuove il reale, nasconde la testa sotto la sabbia e non ascolta i messaggi del corpo, dell’anima e anche quelli della natura, è ora che il poeta lo riporti con i piedi per terra e il capo in cielo.
Oggi la tristezza è quella nel vedere la rimozione che l’uomo mette in atto nel rapporto con la terra, con l’ambiente naturale che ci circonda.
Stiamo andando oltre ogni limite, stiamo violentando e uccidendo l’ambiente che ci ospita e di cui siamo, anche se non vogliamo più riconoscerlo, figli.
Abbiamo imboccato una strada senza uscita, stiamo distruggendo la possibilità di continuare a vivere su questa terra.
La natura si riformerà, non morirà, ma l’uomo si.
Grazie Giuseppe, grazie Micio! Vi siete presi di responsabilità di dire, di parlare di questa tristezza e di questa realtà: “dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire”
La tristezza di questi tempi è quella, anche, di essere tutti immersi e travolti da una comunicazione, da parole che non sono autentiche perchè convenienti
In quella sala ho sentito una tristezza infinita, un gran dolore allo stomaco e un grandissimo bisogno di piangere e di silenzio.
Con le vostre immagini (per certi versi scandalose) e le parole, essenziali come il racconto prevedeva, siete arrivati all’ anima delle persone, certamente alla mia.
Un’ anima che di questi tempi può apparire deserta e che i poeti e le persone come voi, con il loro lavoro profondo possono risvegliare e riscaldare.
Ancora grazie per il prezioso lavoro di dire e raccontare il vostro sentito.
Vi abbraccio
Luisa Broggini

La recensione

Il video curato da Giuseppe Morandi sulla nuova realtà del lavoro e della produzione agricola nelle cascine della Bassa Padana rappresenta, come alcuni altri lavori della Lega di cultura popolare, una sorta di sviluppo e di aggiornamento delle cose e dei fatti illustrati in passatp per iscritto, per immagini (foto ed altro) e, sempre più frequentemente, per audiovisivi. Detto per inciso in questo campo il gruppo di Piadena ha svolto una funzione pionieristica, per cui si dispone di vari documentari sulla condizione di lavoro e di vita nelle cascine a partire dagli anni ’60. E questo tra l’altro permette di presentare sempre in contrappunto il lavoro e la gente di allora con il lavoro e la gente di ora.
Una delle più grandi novità di questi anni è il come è cambiata la gente. E arrivata gente nuova e non si tratta dei meridionali – che in realtà non sono mai arrivati in massa a lavorare nelle campagne, nelle cascine – bensì di lavoratori stranieri: extracomunitari – si diceva una volta – gente del sud del mondo. A seconda del lavoro e a seconda del periodo in cui è svolta l’indagine c’è gente di colore diverso. La prima volta che lo notai – e davvero rimasi impressionato – erano i neri che giocavano a pallone ritratti nel bel volume di foto, La mia Africa. Sarò lento ma ci misi un po’ a capire che quei giovanottoni non erano un ennesimo Pelè o che so io, bensì lavoratori regolarmente immigrati, regolarmente sfruttati e regolarmente integrati in quella agricoltura sempre più ricca che è l’agricoltura delle cascine della bassa padania. Nelle foto di quel libro oltre ai giocatori di pallone neri c’erano tanti altri giovani uomini e donne di varia etnia e nazionalità
Già, la gente. Ed è di nuovo di gente che si parla in questo video che comincia parlando della vita quotidiana di: immigrati indiani di lavoratori, di lavoratrici, di mamme e di bambini che vanno a scuola. Anzi di bambini che vanno “molto bene” a scuola: il che è una grande gioia per il padre. E poi vediamo il padre al lavoro nella stalla a fare il bergamino. E ancora il bambino che lo aiuta nel lavoro di bergamino. Ma si tratta già del bergamino dell’azienda meccanizzata: la mungitrice – è ovvio – è automatica. Ma sempre all’alba ci si alza. Cioè, non sempre all’alba, perché una volta ci si alzava alle due. Ed è un’anziana donna – non so se si debba dire una arzdora – che svegliava una volta il marito e soprattutto i figli recalcitranti alle due di mattina.
Ed è qui che compare il Micio. Micio ha sicuramente un nome all’anagrafe ma compagni, sociologi e etno-musicologi lo chiamano sempre così. Non so se egli risponderebbe ad un altro nome. Ma di certo risponde alle domande. Con competenza sociologica e politica racconta l’organizzazione del lavoro della stalla e della cascina in generale, quando ci si alzava alle due di mattina. Poi vennero i grandi processi di meccanizzazione e tutto cambiò: le macchine sostituirono gli uomini, la cascina cambiò volto. il lavoro pesante di una volta certamente finì e soprattutto cambiò volto. Ma non sempre il cambiamento implicò miglioramento.
Certo, implicò miglioramento sul livello di vita, fece sparire la miseria, ridusse la fatica e certamente l’oppressione padronale. Ma si ridusse, fino a scomparire la vita comunitaria della cascina. C’è un altro video – non ricordo dove l’ho visto – davvero impressionante del gruppo di Piadena. E’ un sonoro, anzi si fa per dire. Infatti nella cascina degli anni ’50 ci sono i rumori degli animali e dei carri ma soprattutto tante voci della gente. La stessa cascina ripresa dal video oggi è pressoché deserta ma soprattutto assordantemente silenziosa. E questo vuol certo dire qualcosa.
Ma nel suo intervento il Micio oltre che di meccanizzazione parla del cibo che ora viene prodotto nella bassa padana. E qui il discorso si fa complesso. Niente da dire sulla produzione altamente meccanizzata dei provoloni (prodotto notoriamente padano e non tanto napoletano: Auricchio docet). Ma è sull’allevamento dei polli che il discorso di Micio fa venire qualche problema, almeno per quel che riguarda le galline ovaiole. Nelle condizioni in cui vivono (pochi centimetri quadrati a testa) in allevamenti che arrivano a molti centinaia di migliaia di capi, le galline sono sottoposte a un bombardamento di antibiotici per evitare infezioni. Speriamo che quando smettono di essere produttive non le vendano come carne: sarebbe una cura a gratis di antibiotici. Micio e le altre voci narranti parlano degli effetti della meccanizzazione e della nuova realtà tecnologica. Qui vorrei ricordare una cosa che, sottolineata spesso da Guido Crainz nel suo bel volume Padania quando evidenzia come la meccanizzazione e lo sviluppo tecnologico intenso siano stati anche la risposta al rafforzamento della classe operaia agricola (dei paisan) negli anni ’50 e poi è andato avanti vorticosamente.
Lasciano veramente senza fiato: la serie di “catene di smontaggio” utilizzate ora nei macelli di carne suina e bovina ma anche di pollame. Io non ho idea di cosa siano stati i macelli di Chicago che hanno ispirato Brecht nella santa Giovanna, ma qui si vede un taylorismo ad alta meccanizzazione che non lascia scampo ne ai pochi operai che ci lavorano ne soprattutto alle bestie.
Non credo che i metodi tradizionali di macellazione fossero meno crudeli di quelli attuali ma la macellazione taylorista dei vitelli e soprattutto dei maiali, è spettacolo da non raccomandare a persone troppo sensibili: it is not for sissies. E’ il sottofondo musicale dell’estate di Vivaldi diventa anch’esso, per qualche strano meccanismo che non riesco a comprendere, lugubre.
Ma nel video non c’è solo questo, c’è la nuova vita della bassa. La nuova gente, i nuovi paisan che, guarda caso, vengono da lontano, soprattutto dalla India. E guardano con speranza al futuro, ai figli che studiano e che non devono fare il lavoro minorile disperante e disperato che con qualche breve flash sull’India il video fa vedere. I nuovi colori della bassa, che io ho sempre pensato un po’ grigia, sono quelli giusta appunto della gente di colore e il gruppo di Piadena gli ha incorporati diventando così forte veicolo di integrazione.
Enrico Pugliese

PIADENA — E’ stato accolto con interesse il film documentario di Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali sulle trasformazioni del mondo agricolo intitolato Il colore della Bassa, presentato venerdì pomeriggio fuori concorso nella Sala Perla alla 65esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. «Siamo contenti», ha commentato ieri Morandi. «Siamo andati a Venezia con un gruppo di una trentina di persone». C’erano le impiegate comunali colleghe di Morandi, il sindaco Gabriella Malanca, gli amici della Lega di Cultura, la famiglia di Jajit Mehta (che compare nel film) in costume indiano e diversi altri amici.

«Con i film girati negli anni ’50 e ’60, ed in particolare con “i paisan” e “la giornata del bergamino” ci siamo trovati a contatto con una realtà locale, un mondo fatto di persone della nostra terra. C’era sofferenza, ma anche dignità. Il lavoro era massacrante, ma mai alienante. Si rispettava il ciclo della vita degli animali come quello delle piante. Oggi tutto questo non c’è più, tranne che in poche e isolate realtà. Questo cambiamento è quello che ci ha portato dopo 50 anni nelle stesse campagne, annotando con la videocamera le diversità e tutti i mutamenti della nostra amata terra. Sono cambiati appunto “i colori della bassa” e questo da un punto di vista è anche bello, perché come la famiglia indiana che si vede nel film, perfettamente integrata e capace di riportare alla vita la cascina di un tempo ci dà una possibilità e un esempio. I lavori dei padri considerati troppo faticosi e sporchi non vengono più fatti dai figli che preferiscono chiudersi in un auto ogni giorno e fuggire dalle campagne per andare a passare otto ore all’interno di un qualsiasi grigio edificio.
L’altro colore che abbiamo trovato cambiato rispetto al passato, e questo in termini negativi, riguarda l’agricoltura e gli allevamenti ridotti ad una sorta di catena di montaggio, dove si perde la dimensione umana della coltivazione, e dell’allevamento. Grandi macchine, nastri, trivelle, seghe, pistole e mille altri strumenti hanno cambiato il mondo forse per sempre».

«The films made in the 50s and 60s, and in particular “I paisan” and “La giornata del bergamino”, showed us a local reality, a world with people from our own country. There was suffering, but also dignity. Their job was extremely heavy, but never alienating. They used to respect the animals as well as the plants. Nowadays this does not happen anymore, apart from a few and isolated places. After the 50s there was a great change in the agriculture, and this is the reason why we went back there, in order to film the diversity and all the changing in our beloved country. “The colours of the bassa” have changed, but this can be good. The film gives an example with the Indian family, which is well integrated and is capable of re-establish some old traditions. They make us reflect about the possibility to live in a more natural way, which is respectful towards the land and the people, like in the past. The tiring and heavy work done by the fathers in the past is not done anymore by their children. Young people prefer to travel by car every day, in order to leave the countryside and spend eight hours inside any grey building. The other colour which is now different, but in a negative way, is the one of agriculture and farming. These are now assembly lines, where the growing and farming have got no human dimension anymore. Big machines, conveyor belts, drills, saws and lots of other tools have changed the world, may be forever».

Biografia/Biography
Morandi Giuseppe, nasce a Piadena il 25 agosto 1937. Azzali Gianfranco, nasce a Drizzona il 10 marzo 1947. Sono i fondatori della Lega di Cultura di Piadena (1967), che
dalla sua fondazione ha fatto ricerca sulla civiltà contadina, sulle lotte contadine degli anni del dopoguerra (1948/1949), sul repertorio di canti popolari e della cultura altra. La Lega di Cultura organizza dibattiti, si occupa di ricerca fotografica e cinematografica, di comunicazione e di spettacolo. A Piadena in occasione della sua festa annuale (l’ultima domenica di marzo) si tengono dibattiti e incontri tra migliaia di compagni di tutta Europa, e alcuni provenienti persino dagli U.S.A. La Lega di Cultura pubblica testi di storia locale fatta dai paisan e dagli operai, libri fotografici e allestisce mostre, in Italia e all’estero.

Morandi Giuseppe, was born in Piadena, 25th August 1937. Azzali Gianfranco, was born in Drizzona, 10th March 1947. They founded La Lega di Cultura di Piadena in 1967. Since it was established it has been researching on farmers agriculture, on their post-war conflicts (1948/1949) in order to have their rights guaranteed, on their repertory of folk songs and on their alternative culture. La Lega di Cultura organizes debates and deals with photographic, communication and film research. Every year, on the last Sunday of March, lots of people from everywhere in Europe and even from the Usa, attend debates and meetings in Piadena. La Lega di Cultura publishes books about the local history, as well as photographic books. They also set up exhibitions and debates, in Italy and abroad.

Filmografia/Filmography
1956 I Paisan: El pasturin; 1957 Morire d’estate; 1961 El Calderon; 1964 Inceris li barbi; 1966 Baratterie el massa el nimal; 1966 El Vho; 1967 La giornata del bergamino; 1967 Jon, du, tri, quater, sac; 1967 La Madasi la massa l’och; 1967 Tonco, la festa del tacchino; 1967 Cavallo ciao

Cast artistico
Gianfranco Azzali
Mehta Jagjit Rai
Devi Puspha
Mehta Simona
Mehta Hani

Cast tecnico
Produttore esecutivo
Giampaolo Smiraglia

Idea e soggetto
Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali

Suono in presa diretta
Sergio Lodi e Gianfranco Azzali

Fotografia
Giuseppe Morandi

Montaggio
Andrea Chiantelli

Regia
Giuseppe Morandi
Documentario, colore 30 minuti, Italia 2008

Settembre 2008. Il film presentato a Venezia.

Settembre 2007. Il Film è concluso, si sta pianificando la presentazione e la distribuzione.

Gennaio 2005. Il film avanza, le ultime riprese hanno riguardato alcuni funerali, mentre le riprese al supermercato sono state vietate.

Ottobre 2004. Le riprese continuano: il macello dei polli a Nostranello S.Felice, la danza di Jagjit e Simona, un funerale civile, la scuola di latino americano di Ghedi… nel 2005 la presentazione a Venezia del film.