IL SOGNO RITORNA – Mostra fotografica di Giuseppe Morandi

dal 1 al 13 novembre 2011 in Sala ALABARDIERI
Palazzo del Comune di Cremona  

La mostra racconta la storia di una famiglia indiana e della sua integrazione 

La presentazione si terrà il 1 novembre dalle ore 15,30 alle ore 17,45 nel Salone dei Quadri 
Orari di visita: nei giorni feriali dalle ore 9 alle ore 18,30; nei festivi dalle ore 10 alle 18 

Interverranno il Professor Bruno Cartosio, Docente di Storia dell’America del Nord all’Università di Bergamo e Paolo Barbaro, docente presso l’Università Statale di Parma. 
Contestualmente sarà presentato il nuovo catalogo fotografico dell’opera di Morandi, edito Mazzotta, dal titolo Vecchi e nuovi volti della bassa padana, con i contributi di Arturo Quintavalle, Ivan Della Mea, Peter Kammerer. 
L’iniziativa culturale propone una riflessione su quanto stia cambiando e sia mutato il nostro paesaggio rurale anche e proprio in virtù dei nuovi ospiti che si occupano dei lavori sulle terre e nelle stalle delle nostre campagne. Ci si interroga su quanto questa trasformazione del tessuto sociale possa restituirci il sogno di un rinnovato rapporto uomo-terra.

“E` stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Puspha si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall`armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell` India. Morandi incontra i due nella casa della “maga Adele”. Capisce tutto. Il sogno dell`India portato come dote nella Bassa. E di più: I più umili, una volta i Paisàn, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di cinquanta anni fa ha trovato una fine (ma la storia continua) imprevista e imprevedibile, intuita e profetizzata allora solo da un poeta:??”Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama colore.?Si chiama colore, la nuova estensione del mondo.” 

Con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Cremona


Contestualmente è stato pubblicato il nuovo catalogo fotografico dell’opera di Morandi, edito Mazzotta, dal titolo Vecchi e nuovi volti della bassa padana, con i contributi di Arturo Quintavalle, Ivan Della Mea, Peter Kammerer

Il libro di Giuseppe Morandi 

di Giovanna Marini 

Di solito non mi emoziono quando guardo i libri di fotografie, li apprezzo, mi fanno sognare se sono foto inventate, che raccontano storie, ma come quelle che racconta Morandi non ne ho trovate mai. 

Questa sera sfogliavo il libro e sorridevo e capivo: una storia di affetti innanzi tutto, solo dei nomi e delle immagini con occhi che parlano, positure che parlano, acconciature, sorrisi, tutto parla , anche i bambini seri, o sorridenti o imbronciati parlano, tutti ti raccontano una storia. 

Si va dai pumater, al vuoto lasciato dai bergamini che non ci sono più le vacche ma loro ci sono ancora, come Pierino Azzali, il papà del Micio, seduto con fermezza sulla panca, e tutti sono statuari, degnissimi, a nessuno di questi che ti fissano dal libro e sembra che ti dicano” Guardami un po’, sì sono proprio io e sono proprio così, bé?! Ecco a nessuno di questi puoi dire ladro, manipolatore, buffone, questa è gente, e si capisce che Giuseppe Morandi ti sta dicendo “Questa è la mia gente, e io me li porto dentro così come sono, e io sono come loro e ne sono fiero”. Quanto ci dice questo libro. 

Dai vecchi che ci fissano tutti, ai giovani che ci fissano anche loro ma ridendo alcuni, alla sconosciuta che non ci guarda e chissà dove guarda cosa vede, ai due intellettuali, Gianni Bosio e Mario Lodi, che guardano altrove sfuggendo il rapporto diretto con l’obiettivo. Tutti sono lì per un motivo preciso: la vita è esistere pienamente ed è così che ci sentiamo, vivi. 

A guardare questi sguardi, Duilio Braga, le ragazze di vicolo Pozzo, Fioni, Angelo Malinverno, la bambina Federica Gorni, la signora Flavia Brunelli, la vecchia Carmagnani e li pumateri, e tutti gli altri, è un racconto, non solo di lavoro nei campi, un racconto che si porta dietro uno stile di vita un modo di credere nell’altro, una serenità nel pensare , che non conosciamo più, la pensiamo, sì, ma solo con rimpianto. Con queste foto siamo negli anni ottanta, possibile che oggi si sia cambiati, così tanto? Ora il libro porta foto fatte nel 2000, arrivano gli stranieri, gli indiani che anche nel 2001 ti guardano dritto nell’obiettivo e sorridono, Jagjit Rai Metha e Pushpa Devi e i loro figli e i loro genitori, oggi popolano Piadena e la pianura, sono loro a guardarti dritto sorridendo con quella stessa nostra grande dignità. E’ una raccolta di persone degne che vogliamo avere per amici, la storia dei personaggi di questo libro non la conosciamo ma ora è come se li conoscessimo intimamente, in profondità, e sappiamo che anche loro, insieme a quelli che abbiamo scelto per amici vicini, fanno parte di una vita che Giuseppe Morandi ha eletto come vita da ricordare, da tramandare, da fissare. Io ti ringrazio proprio Giusep, mi hai convinto, questo è un libro bello e le nostre storie sono tutte belle storie.


Il sogno ritorna* 

Peter Kammerer 

Più di cinquant’anni fa Giuseppe Morandi scattava, sedicenne, le sue prime fotografie, mosso, racconta lui, dalle immagini dei filari, degli amici e di sua cugina. Aveva trovato un modo suo di mettersi in rapporto con il mondo. Così, ancora prima del risultato estetico, Morandi scopre l’immagine come rapporto umano e sociale vivo. Questa vitalità dà alle sue foto qualche cosa di più di una memoria e trasforma la nostalgia che altrimenti ci stringerebbe il cuore e basta. Mettendo insieme le mostre organizzate da Morandi e dalla Lega di cultura di Piadena, coautrice paziente del suo lavoro, i fotogrammi si trasformano in un potente flusso di immagini che raccontano quanto è accaduto agli uomini e alle cose a Piadena in questo ultimo mezzo secolo. Quanto è accaduto sotto i nostri occhi è così sconvolgente che rifiutiamo di rendercene conto fino in fondo aggrappandoci a una normalità sempre più irreale. Ma sappiamo benissimo che abbiamo assistito ad avvenimenti straordinari, a un salto della storia, alla distruzione di un mondo e alla nascita di un altro.
Il primo grande ciclo di fotografie di Morandi mostrava una classe, il suo modo di vivere e quindi un suo mondo vissuto che stavano per essere distrutti. I paisan si trasformavano in operai o in piccola borghesia. “I vecchi braccianti, cavallanti, bifolchi, mandriani, bergamini e le loro mogli sono trasportati al ricovero. Piangono. Si affannano. è finita” (volantino della Lega di cultura, I maggio 1967). Il capitale agrario si ristrutturava.
Qualche decina di anni dopo i campi svuotati dagli uomini risuonano del lavoro dei trattori e di gigantesche macchine agricole; le cascine, i vecchi luoghi di comunità, ma anche di pena, si trasformano in depositi o in ruderi. è stata un’epopea: un’intera popolazione con nonni, bambini e animali domestici si è trasformata, ha cambiato i suoi costumi e lasciato dietro a sé un patrimonio muto di pietre e di memoria. Quando negli anni ’60 Morandi fotografava gli ultimi paisan non si sapeva nulla ancora di questo approdo in un nuovo paesaggio umano e agroalimentare, che sarà documentato e raccontato poi nelle foto degli anni ’80 e ’90. C’era chi accusava Morandi di fotografare i paisan come se fossero gli ultimi mohicani, ma lui faceva le sue foto per un riscatto di dignità, proprio per non finire nelle riserve. Non credeva nel futuro della piccola borghesia, la vera vincitrice delle lotte del XX secolo, anche se ha dedicato due volumi (Cremonesi a Cremona e Quelli di Mantova) alla sua immagine ambigua e oscillante tra ottusità e progresso, tra corpi di consumo e corpi di lavoro. Non sono immagini che fanno sognare, anche se Morandi, in questo per fortuna poco ideologico, trova ovunque, in qualsiasi ambiente umano, uno paio di occhi che illuminano il futuro.
Ora invece, con la nuova mostra, “il sogno ritorna”. Cosa vuol dire questo titolo dato alle fotografie della famiglia di Jagjit e Pushpa Mehta Rai fatte a Piadena nel 2002? La chiave della mostra mi pare siano i due grandi ritratti degli sposi in ricco costume indiano, sotto un albero di ciliegi giapponesi con i suoi fiori rosa, il tutto a colori smaglianti (rari nell’opera del Morandi che privilegia nettamente il bianco e nero). Non appaiono veri, diciamolo, rasentano il kitsch con queste citazioni esotiche di un mondo lontano e felice. Facile scambiarli per pubblicità, difficile accettare l’idea che qui, tra le nebbie della Bassa, le Mille e una notte siano scese in qualche cascina superstite. Se fossero vere, queste immagini sarebbero la prova di un sogno che né i paisan, né nessun altro a Piadena ha mai avuto la possibilità o il coraggio di fare. Perciò la difficoltà di riconoscerle, perciò il riferimento alla pubblicità o al folclore turistico, versioni tanto note quanto alienate dei nostri desideri. Ma queste foto del Morandi sono vere, sono realtà.
Lo dimostrano le venticinque altre foto dedicate al contesto nel quale vive questa coppia indiana. Possiamo leggere tutta la mostra come il seguito di La mia Africa, ma centrata su una sola famiglia e quindi approfondita (quarant’anni fa è stata la famiglia Azzali la chiave fondamentale per capire la condizione dei paisan). Apre Simona, la piccola figlia, con un passo di danza nel cortile. La vediamo con aria di sfida nella foto di famiglia in un cortile alberato di Piadena e poi cavalcare sulle spalle del padre, giocare insieme al fratello Hani e ancora con il fratello fare i bagni in due bidoni pieni d’acqua. Nulla pare distingua la loro infanzia dalla nostra. Non pare nemmeno più strano vedere tre bambini indiani davanti al Comune o due madri indiane davanti alla facciata di mattoni del tempio. Gli elementi edilizi che appaiono, mattoni, tegole e legno, fanno parte del grande universo contadino che va dall’India alla Bassa e consentono forse a chi arriva dalle campagne dell’India una certa familiarità con l’ambiente nuovo.
è una famiglia “arrivata”, tutta allegra con la sua macchina nuova nel cortile. Dopo vent’anni di soggiorno Jagjit ha la cittadinanza italiana. Ha fatto vari lavori (venditore di patatine al Circo Orfei, cuoco in un ristorante a Modena) e ormai fa il bergamino, ben pagato perché nessuno vuole o sa più fare questo mestiere, impegnativo per il lavoro di notte, ma non massacrante come una volta. Lo fa con competenza e grazia (dovuta si dice a quel rapporto particolare della cultura indiana con gli animali). Anche Pushpa lavora. La vediamo insieme a maestre e tre bambini in un asilo dove fa le pulizie.
Un’ultima parte dell’inchiesta inizia con una foto di famiglia davanti alla casa e una foto dei genitori in visita a Piadena (con la vita dura iscritta nel viso della madre), per finire in un gioco di sguardi da sotto la porta e di travestimenti. A Jagjit piace raccontare il passato nel presente usando i vestiti. E la famiglia partecipa. Bellissimo l’uso della tenda, del siparietto che divide il dentro dal fuori. C’è una foto dal dentro: Jagjit coperto dalla gianghia vicino alla finestra nell’intimità di una persona adulta e innocente.
è stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Pushpa si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall’armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell’India. Morandi incontra i due nella casa della “maga Adele”. Capisce tutto: il sogno dell’India viene portato come dote nella Bassa. E di più. I più umili, una volta i paisan, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di un mezzo secolo fa ha trovato una fine imprevista e imprevedibile. E la storia continua.

Urbino, agosto 2011 

Il sogno ritorna*
Peter Kammerer
* La mostra, curata da Paolo Barbaro, CSAC dell’Università di Parma, è stata allestita a Piadena (Cremona) nel 2002, a Cavezzo (Modena) nel 2004-2005, a Busseto (Parma) nel 2004, a Tondela (Portogallo) nel 2006, a Volterra (Pisa) nel 2008.
 

 

Mi piaceva lavorare – Film documentario

Nuovo film-documentario di Grabek Michael sul Micio che verrà presentato a Berlino domenica 9 novembre 2008. La festa comincia verso le 18.00 nella “Die Werkstatt der Kulturen”, la casa di cultura (in italiano forse: “laboratorio di cultura”) di Berlino che è una istituzione rappresentativa, conosciuta e abbastanza famosa a Berlino. www.mi-piaceva-lavorare.eu.

Lavoro e piacere

Micio lavorava volentieri, gli piaceva il lavoro nella stalla e , più tardi, nella fabbrica metallurgica. La conclusione storica individuale di Micio è quindi positiva. Nessuna traccia di euforia. La differenza tra “piacere” e “gioia e voglia”, però, poteva e può essere enorme.
Non bisogna cadere nell’equivoco di inserire il “mi piaceva lavorare” di Micio nel contesto della idealizzazione propria della fine del XVIII sec, e nutrita da Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, secondo cui gli italiani, diversamente dai popoli del nord, lavorano non solo per vivere ma per godere. Questa interpretazione sarebbe per il Micio politico troppo prosaica. Tali mitizzazioni gli sono estranee, ma egli è tuttavia fiero del suo lavoro, fiero, come ogni lavoratore, delle proprie capacità e dei risultati produttivi della sua opera.

Micio non era il “padrone”, il proprietario dei mezzi di produzione, e il lavoro era spesso faticoso e “mica da ridere”, ma lui l’ha fatto comunque, e anche bene e con passione, così come aveva fatto suo padre lavorando nelle stalle come “bergamino”. Micio ha così tutti i motivi e il diritto di prendere il famoso articolo uno della costituzione italiana e di mettere letteralmente il dito nella piaga dei primi paragrafi (nell’articolo 4 si riconosce addirittura a tutti cittadini il diritto al lavoro!?), di ricordarne, 60 anni dopo l’entrata in rigore, “la scarsa applicazione” e di richiedere un nuovo, serio dibattito su di essa, che faccia scaturire delle conseguenze pratiche.
Non sogna più una repubblica di lavoratori ; ma che il suo Paese, la sua res publica sia fondata sul lavoro è semplicemente una verità che deve essere oggi più che mai riconosciuta, difesa e nuovamente discussa, a fronte di milioni di disoccupati, precari, forze di lavoro altamente qualificate, ma non adoperate e che rischiano pertanto di perdere le capacità acquisite.

Micio è cosciente dell’assurdità che in Italia da un lato venga conferito, da più di un secolo, il titolo di “Cavaliere del lavoro”, ma che non si sia in grado, dall’altro, di realizzare una politica economica moderna che abbia alla base lo sviluppo del lavoro. Esiste una singolare simbiosi tra culto degli eroi e mancanza di idee. Nella crisi si guarda ai “cavalieri”, agli “eroi”. Povero Paese, se ha bisogno di questa trasfigurazione, di questa esaltazione ideologica, penserà Micio. Uno che non detiene nessun titolo, ma che ha contribuito alla ricchezza dell’Italia. Di cavalieri del lavoro come Berlusconi lui può soltanto sorridere scuotendo il capo. Loro, i cavalieri, non hanno mai lavorato produttivamente. A Micio basta guardarsi le mani per ricordarsi di un’antica saggezza dei paisàn:

“Chi lavora si fa il callo
e non va mai a cavallo.”

Ciao Micio e ancora buon lavoro

Michael Grabek, Berlino

Il colore della bassa

“Noi dobbiamo accettare il peso di questo tempo triste.
Dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire”

William Shakesperae – Re Lear

Il poeta intravede la realtà, va oltre l’apparenza, scorge l’invisibile e se un tempo è triste, lui lo dice, non nasconde la difficoltà e la gravità che stanno intorno all’uomo, che sono dentro l’uomo. Se l’uomo esteriore si inganna e rimuove il reale, nasconde la testa sotto la sabbia e non ascolta i messaggi del corpo, dell’anima e anche quelli della natura, è ora che il poeta lo riporti con i piedi per terra e il capo in cielo.
Oggi la tristezza è quella nel vedere la rimozione che l’uomo mette in atto nel rapporto con la terra, con l’ambiente naturale che ci circonda.
Stiamo andando oltre ogni limite, stiamo violentando e uccidendo l’ambiente che ci ospita e di cui siamo, anche se non vogliamo più riconoscerlo, figli.
Abbiamo imboccato una strada senza uscita, stiamo distruggendo la possibilità di continuare a vivere su questa terra.
La natura si riformerà, non morirà, ma l’uomo si.
Grazie Giuseppe, grazie Micio! Vi siete presi di responsabilità di dire, di parlare di questa tristezza e di questa realtà: “dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire”
La tristezza di questi tempi è quella, anche, di essere tutti immersi e travolti da una comunicazione, da parole che non sono autentiche perchè convenienti
In quella sala ho sentito una tristezza infinita, un gran dolore allo stomaco e un grandissimo bisogno di piangere e di silenzio.
Con le vostre immagini (per certi versi scandalose) e le parole, essenziali come il racconto prevedeva, siete arrivati all’ anima delle persone, certamente alla mia.
Un’ anima che di questi tempi può apparire deserta e che i poeti e le persone come voi, con il loro lavoro profondo possono risvegliare e riscaldare.
Ancora grazie per il prezioso lavoro di dire e raccontare il vostro sentito.
Vi abbraccio
Luisa Broggini

La recensione

Il video curato da Giuseppe Morandi sulla nuova realtà del lavoro e della produzione agricola nelle cascine della Bassa Padana rappresenta, come alcuni altri lavori della Lega di cultura popolare, una sorta di sviluppo e di aggiornamento delle cose e dei fatti illustrati in passatp per iscritto, per immagini (foto ed altro) e, sempre più frequentemente, per audiovisivi. Detto per inciso in questo campo il gruppo di Piadena ha svolto una funzione pionieristica, per cui si dispone di vari documentari sulla condizione di lavoro e di vita nelle cascine a partire dagli anni ’60. E questo tra l’altro permette di presentare sempre in contrappunto il lavoro e la gente di allora con il lavoro e la gente di ora.
Una delle più grandi novità di questi anni è il come è cambiata la gente. E arrivata gente nuova e non si tratta dei meridionali – che in realtà non sono mai arrivati in massa a lavorare nelle campagne, nelle cascine – bensì di lavoratori stranieri: extracomunitari – si diceva una volta – gente del sud del mondo. A seconda del lavoro e a seconda del periodo in cui è svolta l’indagine c’è gente di colore diverso. La prima volta che lo notai – e davvero rimasi impressionato – erano i neri che giocavano a pallone ritratti nel bel volume di foto, La mia Africa. Sarò lento ma ci misi un po’ a capire che quei giovanottoni non erano un ennesimo Pelè o che so io, bensì lavoratori regolarmente immigrati, regolarmente sfruttati e regolarmente integrati in quella agricoltura sempre più ricca che è l’agricoltura delle cascine della bassa padania. Nelle foto di quel libro oltre ai giocatori di pallone neri c’erano tanti altri giovani uomini e donne di varia etnia e nazionalità
Già, la gente. Ed è di nuovo di gente che si parla in questo video che comincia parlando della vita quotidiana di: immigrati indiani di lavoratori, di lavoratrici, di mamme e di bambini che vanno a scuola. Anzi di bambini che vanno “molto bene” a scuola: il che è una grande gioia per il padre. E poi vediamo il padre al lavoro nella stalla a fare il bergamino. E ancora il bambino che lo aiuta nel lavoro di bergamino. Ma si tratta già del bergamino dell’azienda meccanizzata: la mungitrice – è ovvio – è automatica. Ma sempre all’alba ci si alza. Cioè, non sempre all’alba, perché una volta ci si alzava alle due. Ed è un’anziana donna – non so se si debba dire una arzdora – che svegliava una volta il marito e soprattutto i figli recalcitranti alle due di mattina.
Ed è qui che compare il Micio. Micio ha sicuramente un nome all’anagrafe ma compagni, sociologi e etno-musicologi lo chiamano sempre così. Non so se egli risponderebbe ad un altro nome. Ma di certo risponde alle domande. Con competenza sociologica e politica racconta l’organizzazione del lavoro della stalla e della cascina in generale, quando ci si alzava alle due di mattina. Poi vennero i grandi processi di meccanizzazione e tutto cambiò: le macchine sostituirono gli uomini, la cascina cambiò volto. il lavoro pesante di una volta certamente finì e soprattutto cambiò volto. Ma non sempre il cambiamento implicò miglioramento.
Certo, implicò miglioramento sul livello di vita, fece sparire la miseria, ridusse la fatica e certamente l’oppressione padronale. Ma si ridusse, fino a scomparire la vita comunitaria della cascina. C’è un altro video – non ricordo dove l’ho visto – davvero impressionante del gruppo di Piadena. E’ un sonoro, anzi si fa per dire. Infatti nella cascina degli anni ’50 ci sono i rumori degli animali e dei carri ma soprattutto tante voci della gente. La stessa cascina ripresa dal video oggi è pressoché deserta ma soprattutto assordantemente silenziosa. E questo vuol certo dire qualcosa.
Ma nel suo intervento il Micio oltre che di meccanizzazione parla del cibo che ora viene prodotto nella bassa padana. E qui il discorso si fa complesso. Niente da dire sulla produzione altamente meccanizzata dei provoloni (prodotto notoriamente padano e non tanto napoletano: Auricchio docet). Ma è sull’allevamento dei polli che il discorso di Micio fa venire qualche problema, almeno per quel che riguarda le galline ovaiole. Nelle condizioni in cui vivono (pochi centimetri quadrati a testa) in allevamenti che arrivano a molti centinaia di migliaia di capi, le galline sono sottoposte a un bombardamento di antibiotici per evitare infezioni. Speriamo che quando smettono di essere produttive non le vendano come carne: sarebbe una cura a gratis di antibiotici. Micio e le altre voci narranti parlano degli effetti della meccanizzazione e della nuova realtà tecnologica. Qui vorrei ricordare una cosa che, sottolineata spesso da Guido Crainz nel suo bel volume Padania quando evidenzia come la meccanizzazione e lo sviluppo tecnologico intenso siano stati anche la risposta al rafforzamento della classe operaia agricola (dei paisan) negli anni ’50 e poi è andato avanti vorticosamente.
Lasciano veramente senza fiato: la serie di “catene di smontaggio” utilizzate ora nei macelli di carne suina e bovina ma anche di pollame. Io non ho idea di cosa siano stati i macelli di Chicago che hanno ispirato Brecht nella santa Giovanna, ma qui si vede un taylorismo ad alta meccanizzazione che non lascia scampo ne ai pochi operai che ci lavorano ne soprattutto alle bestie.
Non credo che i metodi tradizionali di macellazione fossero meno crudeli di quelli attuali ma la macellazione taylorista dei vitelli e soprattutto dei maiali, è spettacolo da non raccomandare a persone troppo sensibili: it is not for sissies. E’ il sottofondo musicale dell’estate di Vivaldi diventa anch’esso, per qualche strano meccanismo che non riesco a comprendere, lugubre.
Ma nel video non c’è solo questo, c’è la nuova vita della bassa. La nuova gente, i nuovi paisan che, guarda caso, vengono da lontano, soprattutto dalla India. E guardano con speranza al futuro, ai figli che studiano e che non devono fare il lavoro minorile disperante e disperato che con qualche breve flash sull’India il video fa vedere. I nuovi colori della bassa, che io ho sempre pensato un po’ grigia, sono quelli giusta appunto della gente di colore e il gruppo di Piadena gli ha incorporati diventando così forte veicolo di integrazione.
Enrico Pugliese

PIADENA — E’ stato accolto con interesse il film documentario di Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali sulle trasformazioni del mondo agricolo intitolato Il colore della Bassa, presentato venerdì pomeriggio fuori concorso nella Sala Perla alla 65esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. «Siamo contenti», ha commentato ieri Morandi. «Siamo andati a Venezia con un gruppo di una trentina di persone». C’erano le impiegate comunali colleghe di Morandi, il sindaco Gabriella Malanca, gli amici della Lega di Cultura, la famiglia di Jajit Mehta (che compare nel film) in costume indiano e diversi altri amici.

«Con i film girati negli anni ’50 e ’60, ed in particolare con “i paisan” e “la giornata del bergamino” ci siamo trovati a contatto con una realtà locale, un mondo fatto di persone della nostra terra. C’era sofferenza, ma anche dignità. Il lavoro era massacrante, ma mai alienante. Si rispettava il ciclo della vita degli animali come quello delle piante. Oggi tutto questo non c’è più, tranne che in poche e isolate realtà. Questo cambiamento è quello che ci ha portato dopo 50 anni nelle stesse campagne, annotando con la videocamera le diversità e tutti i mutamenti della nostra amata terra. Sono cambiati appunto “i colori della bassa” e questo da un punto di vista è anche bello, perché come la famiglia indiana che si vede nel film, perfettamente integrata e capace di riportare alla vita la cascina di un tempo ci dà una possibilità e un esempio. I lavori dei padri considerati troppo faticosi e sporchi non vengono più fatti dai figli che preferiscono chiudersi in un auto ogni giorno e fuggire dalle campagne per andare a passare otto ore all’interno di un qualsiasi grigio edificio.
L’altro colore che abbiamo trovato cambiato rispetto al passato, e questo in termini negativi, riguarda l’agricoltura e gli allevamenti ridotti ad una sorta di catena di montaggio, dove si perde la dimensione umana della coltivazione, e dell’allevamento. Grandi macchine, nastri, trivelle, seghe, pistole e mille altri strumenti hanno cambiato il mondo forse per sempre».

«The films made in the 50s and 60s, and in particular “I paisan” and “La giornata del bergamino”, showed us a local reality, a world with people from our own country. There was suffering, but also dignity. Their job was extremely heavy, but never alienating. They used to respect the animals as well as the plants. Nowadays this does not happen anymore, apart from a few and isolated places. After the 50s there was a great change in the agriculture, and this is the reason why we went back there, in order to film the diversity and all the changing in our beloved country. “The colours of the bassa” have changed, but this can be good. The film gives an example with the Indian family, which is well integrated and is capable of re-establish some old traditions. They make us reflect about the possibility to live in a more natural way, which is respectful towards the land and the people, like in the past. The tiring and heavy work done by the fathers in the past is not done anymore by their children. Young people prefer to travel by car every day, in order to leave the countryside and spend eight hours inside any grey building. The other colour which is now different, but in a negative way, is the one of agriculture and farming. These are now assembly lines, where the growing and farming have got no human dimension anymore. Big machines, conveyor belts, drills, saws and lots of other tools have changed the world, may be forever».

Biografia/Biography
Morandi Giuseppe, nasce a Piadena il 25 agosto 1937. Azzali Gianfranco, nasce a Drizzona il 10 marzo 1947. Sono i fondatori della Lega di Cultura di Piadena (1967), che
dalla sua fondazione ha fatto ricerca sulla civiltà contadina, sulle lotte contadine degli anni del dopoguerra (1948/1949), sul repertorio di canti popolari e della cultura altra. La Lega di Cultura organizza dibattiti, si occupa di ricerca fotografica e cinematografica, di comunicazione e di spettacolo. A Piadena in occasione della sua festa annuale (l’ultima domenica di marzo) si tengono dibattiti e incontri tra migliaia di compagni di tutta Europa, e alcuni provenienti persino dagli U.S.A. La Lega di Cultura pubblica testi di storia locale fatta dai paisan e dagli operai, libri fotografici e allestisce mostre, in Italia e all’estero.

Morandi Giuseppe, was born in Piadena, 25th August 1937. Azzali Gianfranco, was born in Drizzona, 10th March 1947. They founded La Lega di Cultura di Piadena in 1967. Since it was established it has been researching on farmers agriculture, on their post-war conflicts (1948/1949) in order to have their rights guaranteed, on their repertory of folk songs and on their alternative culture. La Lega di Cultura organizes debates and deals with photographic, communication and film research. Every year, on the last Sunday of March, lots of people from everywhere in Europe and even from the Usa, attend debates and meetings in Piadena. La Lega di Cultura publishes books about the local history, as well as photographic books. They also set up exhibitions and debates, in Italy and abroad.

Filmografia/Filmography
1956 I Paisan: El pasturin; 1957 Morire d’estate; 1961 El Calderon; 1964 Inceris li barbi; 1966 Baratterie el massa el nimal; 1966 El Vho; 1967 La giornata del bergamino; 1967 Jon, du, tri, quater, sac; 1967 La Madasi la massa l’och; 1967 Tonco, la festa del tacchino; 1967 Cavallo ciao

Cast artistico
Gianfranco Azzali
Mehta Jagjit Rai
Devi Puspha
Mehta Simona
Mehta Hani

Cast tecnico
Produttore esecutivo
Giampaolo Smiraglia

Idea e soggetto
Giuseppe Morandi e Gianfranco Azzali

Suono in presa diretta
Sergio Lodi e Gianfranco Azzali

Fotografia
Giuseppe Morandi

Montaggio
Andrea Chiantelli

Regia
Giuseppe Morandi
Documentario, colore 30 minuti, Italia 2008

Settembre 2008. Il film presentato a Venezia.

Settembre 2007. Il Film è concluso, si sta pianificando la presentazione e la distribuzione.

Gennaio 2005. Il film avanza, le ultime riprese hanno riguardato alcuni funerali, mentre le riprese al supermercato sono state vietate.

Ottobre 2004. Le riprese continuano: il macello dei polli a Nostranello S.Felice, la danza di Jagjit e Simona, un funerale civile, la scuola di latino americano di Ghedi… nel 2005 la presentazione a Venezia del film.

MORANDI E MICIO NEGLI USA

The Italian Festival of Arts and Humanities presso la Montclair State University 

Segal Gallery Exhibit: An Italian Sense of Place I Featuring works by Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi. Runs through Feb. 9 / 2008 Italian Sense of Place I presents two complementary yet contrasting views of the Italian post-war photo-documentary tradition: Morandi and Micio’s powerful black and white images witness the lives of ordinary people from the Po Lowlands of northern Italy from within that world while the film-set photography of Novi’s documentation of Bernardo Bertolucci’s epic film 1900 describe that same world through the visual language of the cinema. 

Exhibition Dates: 01/08/08 – 02/09/08
Opening Reception:January 29th, 5:30 pm
Curators: Paolo Barbaro, Andrew Atkinson, Nancy Goldring, Claudia Cavatorta
Link: Art Exhibition Reception- An Italian Sense of Place I: Works by Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi

LINK:http://www.montclair.edu/italianfestival/morandi_micio_novi.html


Symposium: Photography and Cinema in Post-War Italy – Neo-Realism and the work of Giuseppe Morandi and Micio, and Angelo Novi

Symposium: Photography and Cinema in Post-War Italy, 01/29/08, 2:30 – 5:30 p.m. Speakers: Paola Barbaro, University of Parma; Claudia Cavatorta, University of Parma; Victoria de Grazia,Columbia University and the European University in Fiesole; Stefano Albertini, New York University and Director of the Casa Italiana Zerilli-Marimo 

Place: University Hall Conference Center 
LINK: http://www.montclair.edu/italianfestival/morandi_micio_novi.html 

Arti, volti e mestieri della Bassa Padana

Milano – mostra dal 10 ottobre al 5 novembre 2007

Giuseppe Morandi 

Arti, volti e mestieri della Bassa Padana 

presso il LIFEGATE CAFE’ 
Via Della Commenda 43 – Milano (Porta Romana) 

Rassegna Stampa_Mostra Morandi_LifeGate_Cafe

L’esposizione riassume una storia costruita negli anni dal 1957-1958 al 1968-1970: anni in cui l’impiegato comunale Giuseppe Morandi decise di utilizzare una Rollei 6×6 per immortalare squarci di mondo

LifeGate Cafè, situato in Via della Commenda 43 a Milano, si propone ancora una volta come location d’eccezione per iniziative culturali di rilievo: dal 10 ottobre al 5 novembre il locale esporrà le opere di Giuseppe Morandi, fotografo, scrittore e regista cinematografico, nato a Piadena, in provincia di Cremona, nel 1937.

Dal 1957 l’artista lombardo, esponente della Lega di Cultura di Piadena, racconta con parole e immagini la cultura delle campagne, di cui intende documentare tradizioni e cambiamenti, modelli e valori. La mostra fotografica “Arti, volti e mestieri della Bassa Padana” tende a ripercorrere le usanze e le condizioni di vita dell’ambiente contadino dall’immediato Dopoguerra agli anni Settanta, fino ad oggi: un’indagine storica sui protagonisti del mondo rurale italiano e sulle loro battaglie per l’emancipazione. Scenari antichi che parlano al moderno, attraverso volti, gesti, sguardi e oggetti quotidiani. Ritratti dell’uomo che è casa, lavoro, paese, società.

L’esposizione riassume una storia costruita negli anni dal 1957-1958 al 1968-1970: anni in cui l’impiegato comunale Giuseppe Morandi decise di utilizzare una Rollei 6×6 per immortalare squarci di mondo. La Genia, i vecchi braccianti, Pierino Azzali alla fiera di Recorfano, il Micio, la pumatera Laura Poli…ecco le facce, gli occhi, le mani, che, scatto dopo scatto, costituiscono il racconto di Giuseppe Morandi. Un racconto che il regista Bernardo Bertolucci ha scelto di utilizzare per la pellicola “Novecento”, interpretata da Robert De Niro nel 1976.

Morandi compie un lavoro minuzioso e attento: fotografa i contadini e i loro mestieri, fissa “il fatto a mano” mentre le macchine stanno per cancellare un’intera civiltà, impressa in mille incontri tra le case e le cascine della Bassa Padana, avvolte dal tempo che scorre, inesorabile. Figure intense, dotate di una forza singolare e avvolgente. All’artista non interessa conservare gli oggetti, ma i gesti e i comportamenti: le sue opere ci narrano la storia di come si faceva, di come si operava, di come si lavorava la terra o di come si costruivano gli strumenti di lavoro.

Riferendosi all’arte di Giuseppe Morandi, Arturo Carlo Quintavalle afferma: “Credo che voglia scrivere un romanzo, oppure un lungo racconto sulle storie del suo paese. Per Lui le facce parlano, e anche per noi, abituati alle espressioni stereotipe dell’universo di città: anche per noi queste facce finiscono per parlare”.

VENTUNESIMA ESTATE

A Piadena (CR) presso il Palazzo Comunale (Piazza Garibaldi)
Fotografie di Giuseppe Morandi 1989-1993

Quando, circa tredici anni or sono, Giuseppe Morandi proponeva questa serie di fotografie intitolate Ventunesima Estate, molti rimasero perplessi, qualcuno scandalizzato. Succede quando un autore impone una brusca sterzata al suo modo di lavorare, ancor di più quando la sua opera, proseguendo una linea rigorosa che durava oltre trent’ anni, giunge ad esiti imprevisti, scarta quello che rischia di divenire luogo comune.
Morandi fotografa un amico giovane, Giuseppe Puerari; i primi scatti sono del 1989, quando Puerari è ancora un bambino, gli ultimi del 1993 quando è adulto, dopo il servizio militare.
Morandi è noto come fotografo, narratore, cineasta che racconta il mondo contadino, è capace di comporre storie corali prive di retorica e dense di un preciso senso di appartenenza ad un mondo e a una classe. Non è mai un illustratore ma un produttore di strumenti di lavoro culturale collettivo, strumenti semplici ma affilati come le sue immagini ben radicate nella cultura del realismo, quello di Strand e Zavattini e quello della fotografia sociale americana o della nuova oggettività germanica. E’ un intellettuale raffinato che ha sempre rifiutato il ruolo del pensatore (o ell’ artista) isolato e al di sopra della mischia, o del descrittore oggettivo: racconta la propria comunità dal suo interno ed in suo nome, con un punto di vista che gli deriva da un ragionamento politico. Allora come mai fotografa una sola persona, un solo corpo, anzi, inseguendo un tema così rischioso? Perché di discorsi sul passaggio dall’ adolescenza all’ età adulta è piena la storia della letteratura, della fotografia e del cinema, e purtroppo è una vicenda piena di storie intimiste se non sdolcinate, fuori da ogni implicazione collettiva che al massimo viene subita come contesto incidentale.
Tuttavia, se consideriamo come Morandi arrivi a questa serie possiamo capire alcuni fatti. Gli anni che seguono le prime pubblicazioni nazionali (I Paisan, da Mazzotta, 1979, e poi Volti della Bassa Padana, Cremonesi a Cremona, Quelli di Mantova, fino al 1991) vengono raccontati giustapponendo immagini dei contadini e del loro lavoro -dal 1957- e altre figure; l’ intenzione è sempre la stessa: rendere visibile una condizione, restituire la dignità dell’ immagine a chi ne era privato (i braccianti, i fittavoli, i bergamini…) e raccontare il cambiamento attraverso la figura delle persone. Al mondo contadino irrimediabilmente mutato e per molti aspetti scomparso Morandi affianca l’ analisi di un paesaggio umano locale; il ciclo sulle città non è il passaggio dal racconto rurale a quello urbano, è la storia di un cambiamento delle persone, del –mutamento antropologico- di cui parlava Pasolini. Alla fine degli anni Ottanta Morandi concepisce una serie che non verrà mai chiusa, più un’ ampia ipotesi di lavoro che il circoscrivere un tema, con un titolo folgorante: Corpi di lavoro e corpi di consumo. Il corpo quindi come terreno di dichiarazione sociale, come campo di evidenza della politica reale, della dimensione collettiva del vivere che prende sempre più evidenza, man mano che il lavoro diviene più astratto, che le ragioni economiche (politiche) dell’ organizzazione sociale divengono meno visibili. Il corpo, la figura, che continua a raccontare dopo che il lavoro finisce fuori campo, sempre meno evidente.
Morandi, allora, continua a fare quello che ha sempre fatto: racconta chi gli è vicino e conosce bene ma questa volta lo sguardo è insistente quanto privo di preconcetti.
Le fotografie scandiscono proprio il cambiamento del corpo, da quello di un bambino (ritratto con un amico) poi il servizio militare (attraverso l’ istantanea che gli scatta un commilitone) e il ritorno ad una vita che non lo soddisfa, il lavoro da muratore, il corpo che prende un’ evidenza statuaria, e il fotografo che non si vergogna di mostrarne la bellezza come le contraddizioni,; e poi la vita di tutti i giorni, la pesca, una intensa sequenza a casa, la discoteca, ed infine proprio l’ ultima cosa che resta, il corpo nudo, con l’ inquadratura che si ferma appena sopra il sesso e scatena altri dibattiti, altre polemiche. In fondo in queste foto non accade nulla se non lo svolgersi del vivere quotidiano, ma il mostrarlo appare volta per volta impudico, sfrontato, qualunquista, compiaciuto, voyeurista. Teniamo presente che quando la mostra è esposta, quando la Libreria Ponchielli di Cremona ne pubblica il libro (con le foto, una lunga dichiarazione di Giuseppe Puerari accreditato come coautore, una densa intervista di Morandi con Peter Kammerer) la Biennale d’ Arte di Venezia ha proprio –Il corpo- come tema, e contributi come quelli sul rapporto tra fotografia, corporeità, bellezza e impegno politico di Peter Berger , Rosalind Krauss, David Lévi Strauss sono ancora inediti o praticamente sconoscuiti.
Le successive serie di Morandi (da Uomini Terra Lavoro a La mia Africa, e il film I colori della bassa, in lavorazione) continueranno a scorrere storie collettive, e questo capitolo, questo affondo in una vicenda solo apparentemente privata, resterà isolato, ma solo in apparenza: Morandi ha dichiarato una volta per tutte che raccontare un mondo che cambia non può essere solo nostalgia di valori perduti e narrazione di condizioni scomparse. Guardare negli occhi il presente, senza pregiudizi e mettendovisi in gioco, ne è condizione indispensabile.

Paolo Barbaro
Luglio 2006