PREMIO SOLINAS A GIUSEPPE MORANDI

ROMA 19 dicembre 2013

Gentilissimo Giuseppe Morandi,
siamo felici di annunciarLe che la Giuria del Premio Solinas, ideato nel 1986 per ricordare la figura e l’opera di Franco Solinas ha deciso di consegnarLe la Medaglia del Presidente della Repubblica concessa al PREMIO DOCUMENTARIO PER IL CINEMA.
Nella stessa occasione sarà consegnata a Marco Bellocchio la Medaglia del Presidente della Repubblica concessa al Premio Franco Solinas e a Francesco Bruni la Medaglia del Presidente della Repubblica concessa al Premio Storie per il Cinema e per soggetti cinematografici inediti.
Siamo molto onorati di poter condividere con Lei questo prezioso momento per ricordare la figura, l’opera, il rigore e la visione di Franco Solinas e sottolineare l’importanza dell’impegno del Premio Solinas a favore dei giovani, del talento e del futuro del cinema italiano.
La manifestazione è prevista per il 19 dicembre alle ore 11 alla casa del Cinema.
Restiamo a Sua disposizione per eventuali altre informazioni.
In attesa di un Suo cortese cenno di riscontro Le inviamo i nostri più cordiali saluti
Annamaria Granatello Emanuele Bevilacqua
Direttore Artistico Presidente

PREMIO SOLINAS
Via Cerveteri, 14 | 00183 Roma

IL SOGNO RITORNA – Mostra fotografica di Giuseppe Morandi

dal 1 al 13 novembre 2011 in Sala ALABARDIERI
Palazzo del Comune di Cremona  

La mostra racconta la storia di una famiglia indiana e della sua integrazione 

La presentazione si terrà il 1 novembre dalle ore 15,30 alle ore 17,45 nel Salone dei Quadri 
Orari di visita: nei giorni feriali dalle ore 9 alle ore 18,30; nei festivi dalle ore 10 alle 18 

Interverranno il Professor Bruno Cartosio, Docente di Storia dell’America del Nord all’Università di Bergamo e Paolo Barbaro, docente presso l’Università Statale di Parma. 
Contestualmente sarà presentato il nuovo catalogo fotografico dell’opera di Morandi, edito Mazzotta, dal titolo Vecchi e nuovi volti della bassa padana, con i contributi di Arturo Quintavalle, Ivan Della Mea, Peter Kammerer. 
L’iniziativa culturale propone una riflessione su quanto stia cambiando e sia mutato il nostro paesaggio rurale anche e proprio in virtù dei nuovi ospiti che si occupano dei lavori sulle terre e nelle stalle delle nostre campagne. Ci si interroga su quanto questa trasformazione del tessuto sociale possa restituirci il sogno di un rinnovato rapporto uomo-terra.

“E` stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Puspha si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall`armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell` India. Morandi incontra i due nella casa della “maga Adele”. Capisce tutto. Il sogno dell`India portato come dote nella Bassa. E di più: I più umili, una volta i Paisàn, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di cinquanta anni fa ha trovato una fine (ma la storia continua) imprevista e imprevedibile, intuita e profetizzata allora solo da un poeta:??”Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama colore.?Si chiama colore, la nuova estensione del mondo.” 

Con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Cremona


Contestualmente è stato pubblicato il nuovo catalogo fotografico dell’opera di Morandi, edito Mazzotta, dal titolo Vecchi e nuovi volti della bassa padana, con i contributi di Arturo Quintavalle, Ivan Della Mea, Peter Kammerer

Il libro di Giuseppe Morandi 

di Giovanna Marini 

Di solito non mi emoziono quando guardo i libri di fotografie, li apprezzo, mi fanno sognare se sono foto inventate, che raccontano storie, ma come quelle che racconta Morandi non ne ho trovate mai. 

Questa sera sfogliavo il libro e sorridevo e capivo: una storia di affetti innanzi tutto, solo dei nomi e delle immagini con occhi che parlano, positure che parlano, acconciature, sorrisi, tutto parla , anche i bambini seri, o sorridenti o imbronciati parlano, tutti ti raccontano una storia. 

Si va dai pumater, al vuoto lasciato dai bergamini che non ci sono più le vacche ma loro ci sono ancora, come Pierino Azzali, il papà del Micio, seduto con fermezza sulla panca, e tutti sono statuari, degnissimi, a nessuno di questi che ti fissano dal libro e sembra che ti dicano” Guardami un po’, sì sono proprio io e sono proprio così, bé?! Ecco a nessuno di questi puoi dire ladro, manipolatore, buffone, questa è gente, e si capisce che Giuseppe Morandi ti sta dicendo “Questa è la mia gente, e io me li porto dentro così come sono, e io sono come loro e ne sono fiero”. Quanto ci dice questo libro. 

Dai vecchi che ci fissano tutti, ai giovani che ci fissano anche loro ma ridendo alcuni, alla sconosciuta che non ci guarda e chissà dove guarda cosa vede, ai due intellettuali, Gianni Bosio e Mario Lodi, che guardano altrove sfuggendo il rapporto diretto con l’obiettivo. Tutti sono lì per un motivo preciso: la vita è esistere pienamente ed è così che ci sentiamo, vivi. 

A guardare questi sguardi, Duilio Braga, le ragazze di vicolo Pozzo, Fioni, Angelo Malinverno, la bambina Federica Gorni, la signora Flavia Brunelli, la vecchia Carmagnani e li pumateri, e tutti gli altri, è un racconto, non solo di lavoro nei campi, un racconto che si porta dietro uno stile di vita un modo di credere nell’altro, una serenità nel pensare , che non conosciamo più, la pensiamo, sì, ma solo con rimpianto. Con queste foto siamo negli anni ottanta, possibile che oggi si sia cambiati, così tanto? Ora il libro porta foto fatte nel 2000, arrivano gli stranieri, gli indiani che anche nel 2001 ti guardano dritto nell’obiettivo e sorridono, Jagjit Rai Metha e Pushpa Devi e i loro figli e i loro genitori, oggi popolano Piadena e la pianura, sono loro a guardarti dritto sorridendo con quella stessa nostra grande dignità. E’ una raccolta di persone degne che vogliamo avere per amici, la storia dei personaggi di questo libro non la conosciamo ma ora è come se li conoscessimo intimamente, in profondità, e sappiamo che anche loro, insieme a quelli che abbiamo scelto per amici vicini, fanno parte di una vita che Giuseppe Morandi ha eletto come vita da ricordare, da tramandare, da fissare. Io ti ringrazio proprio Giusep, mi hai convinto, questo è un libro bello e le nostre storie sono tutte belle storie.


Il sogno ritorna* 

Peter Kammerer 

Più di cinquant’anni fa Giuseppe Morandi scattava, sedicenne, le sue prime fotografie, mosso, racconta lui, dalle immagini dei filari, degli amici e di sua cugina. Aveva trovato un modo suo di mettersi in rapporto con il mondo. Così, ancora prima del risultato estetico, Morandi scopre l’immagine come rapporto umano e sociale vivo. Questa vitalità dà alle sue foto qualche cosa di più di una memoria e trasforma la nostalgia che altrimenti ci stringerebbe il cuore e basta. Mettendo insieme le mostre organizzate da Morandi e dalla Lega di cultura di Piadena, coautrice paziente del suo lavoro, i fotogrammi si trasformano in un potente flusso di immagini che raccontano quanto è accaduto agli uomini e alle cose a Piadena in questo ultimo mezzo secolo. Quanto è accaduto sotto i nostri occhi è così sconvolgente che rifiutiamo di rendercene conto fino in fondo aggrappandoci a una normalità sempre più irreale. Ma sappiamo benissimo che abbiamo assistito ad avvenimenti straordinari, a un salto della storia, alla distruzione di un mondo e alla nascita di un altro.
Il primo grande ciclo di fotografie di Morandi mostrava una classe, il suo modo di vivere e quindi un suo mondo vissuto che stavano per essere distrutti. I paisan si trasformavano in operai o in piccola borghesia. “I vecchi braccianti, cavallanti, bifolchi, mandriani, bergamini e le loro mogli sono trasportati al ricovero. Piangono. Si affannano. è finita” (volantino della Lega di cultura, I maggio 1967). Il capitale agrario si ristrutturava.
Qualche decina di anni dopo i campi svuotati dagli uomini risuonano del lavoro dei trattori e di gigantesche macchine agricole; le cascine, i vecchi luoghi di comunità, ma anche di pena, si trasformano in depositi o in ruderi. è stata un’epopea: un’intera popolazione con nonni, bambini e animali domestici si è trasformata, ha cambiato i suoi costumi e lasciato dietro a sé un patrimonio muto di pietre e di memoria. Quando negli anni ’60 Morandi fotografava gli ultimi paisan non si sapeva nulla ancora di questo approdo in un nuovo paesaggio umano e agroalimentare, che sarà documentato e raccontato poi nelle foto degli anni ’80 e ’90. C’era chi accusava Morandi di fotografare i paisan come se fossero gli ultimi mohicani, ma lui faceva le sue foto per un riscatto di dignità, proprio per non finire nelle riserve. Non credeva nel futuro della piccola borghesia, la vera vincitrice delle lotte del XX secolo, anche se ha dedicato due volumi (Cremonesi a Cremona e Quelli di Mantova) alla sua immagine ambigua e oscillante tra ottusità e progresso, tra corpi di consumo e corpi di lavoro. Non sono immagini che fanno sognare, anche se Morandi, in questo per fortuna poco ideologico, trova ovunque, in qualsiasi ambiente umano, uno paio di occhi che illuminano il futuro.
Ora invece, con la nuova mostra, “il sogno ritorna”. Cosa vuol dire questo titolo dato alle fotografie della famiglia di Jagjit e Pushpa Mehta Rai fatte a Piadena nel 2002? La chiave della mostra mi pare siano i due grandi ritratti degli sposi in ricco costume indiano, sotto un albero di ciliegi giapponesi con i suoi fiori rosa, il tutto a colori smaglianti (rari nell’opera del Morandi che privilegia nettamente il bianco e nero). Non appaiono veri, diciamolo, rasentano il kitsch con queste citazioni esotiche di un mondo lontano e felice. Facile scambiarli per pubblicità, difficile accettare l’idea che qui, tra le nebbie della Bassa, le Mille e una notte siano scese in qualche cascina superstite. Se fossero vere, queste immagini sarebbero la prova di un sogno che né i paisan, né nessun altro a Piadena ha mai avuto la possibilità o il coraggio di fare. Perciò la difficoltà di riconoscerle, perciò il riferimento alla pubblicità o al folclore turistico, versioni tanto note quanto alienate dei nostri desideri. Ma queste foto del Morandi sono vere, sono realtà.
Lo dimostrano le venticinque altre foto dedicate al contesto nel quale vive questa coppia indiana. Possiamo leggere tutta la mostra come il seguito di La mia Africa, ma centrata su una sola famiglia e quindi approfondita (quarant’anni fa è stata la famiglia Azzali la chiave fondamentale per capire la condizione dei paisan). Apre Simona, la piccola figlia, con un passo di danza nel cortile. La vediamo con aria di sfida nella foto di famiglia in un cortile alberato di Piadena e poi cavalcare sulle spalle del padre, giocare insieme al fratello Hani e ancora con il fratello fare i bagni in due bidoni pieni d’acqua. Nulla pare distingua la loro infanzia dalla nostra. Non pare nemmeno più strano vedere tre bambini indiani davanti al Comune o due madri indiane davanti alla facciata di mattoni del tempio. Gli elementi edilizi che appaiono, mattoni, tegole e legno, fanno parte del grande universo contadino che va dall’India alla Bassa e consentono forse a chi arriva dalle campagne dell’India una certa familiarità con l’ambiente nuovo.
è una famiglia “arrivata”, tutta allegra con la sua macchina nuova nel cortile. Dopo vent’anni di soggiorno Jagjit ha la cittadinanza italiana. Ha fatto vari lavori (venditore di patatine al Circo Orfei, cuoco in un ristorante a Modena) e ormai fa il bergamino, ben pagato perché nessuno vuole o sa più fare questo mestiere, impegnativo per il lavoro di notte, ma non massacrante come una volta. Lo fa con competenza e grazia (dovuta si dice a quel rapporto particolare della cultura indiana con gli animali). Anche Pushpa lavora. La vediamo insieme a maestre e tre bambini in un asilo dove fa le pulizie.
Un’ultima parte dell’inchiesta inizia con una foto di famiglia davanti alla casa e una foto dei genitori in visita a Piadena (con la vita dura iscritta nel viso della madre), per finire in un gioco di sguardi da sotto la porta e di travestimenti. A Jagjit piace raccontare il passato nel presente usando i vestiti. E la famiglia partecipa. Bellissimo l’uso della tenda, del siparietto che divide il dentro dal fuori. C’è una foto dal dentro: Jagjit coperto dalla gianghia vicino alla finestra nell’intimità di una persona adulta e innocente.
è stato il giorno di Pasqua 2002. Jagjit e Pushpa si vestono per portare gli auguri agli amici. Tirano fuori dall’armadio i vestiti più belli, quelli di seta, di colore, quelli dell’India. Morandi incontra i due nella casa della “maga Adele”. Capisce tutto: il sogno dell’India viene portato come dote nella Bassa. E di più. I più umili, una volta i paisan, oggi gli immigrati, tessono la stoffa della quale sono fatti i sogni veri. Grazie a loro il sogno ritorna. Nei meandri della storia il patrimonio umano di una classe eliminata riemerge da altre origini e in forme del tutto nuove. Il grande racconto iniziato da Morandi nelle fotografie di un mezzo secolo fa ha trovato una fine imprevista e imprevedibile. E la storia continua.

Urbino, agosto 2011 

Il sogno ritorna*
Peter Kammerer
* La mostra, curata da Paolo Barbaro, CSAC dell’Università di Parma, è stata allestita a Piadena (Cremona) nel 2002, a Cavezzo (Modena) nel 2004-2005, a Busseto (Parma) nel 2004, a Tondela (Portogallo) nel 2006, a Volterra (Pisa) nel 2008.
 

 

Mi piaceva lavorare – Film documentario

Nuovo film-documentario di Grabek Michael sul Micio che verrà presentato a Berlino domenica 9 novembre 2008. La festa comincia verso le 18.00 nella “Die Werkstatt der Kulturen”, la casa di cultura (in italiano forse: “laboratorio di cultura”) di Berlino che è una istituzione rappresentativa, conosciuta e abbastanza famosa a Berlino. www.mi-piaceva-lavorare.eu.

Lavoro e piacere

Micio lavorava volentieri, gli piaceva il lavoro nella stalla e , più tardi, nella fabbrica metallurgica. La conclusione storica individuale di Micio è quindi positiva. Nessuna traccia di euforia. La differenza tra “piacere” e “gioia e voglia”, però, poteva e può essere enorme.
Non bisogna cadere nell’equivoco di inserire il “mi piaceva lavorare” di Micio nel contesto della idealizzazione propria della fine del XVIII sec, e nutrita da Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, secondo cui gli italiani, diversamente dai popoli del nord, lavorano non solo per vivere ma per godere. Questa interpretazione sarebbe per il Micio politico troppo prosaica. Tali mitizzazioni gli sono estranee, ma egli è tuttavia fiero del suo lavoro, fiero, come ogni lavoratore, delle proprie capacità e dei risultati produttivi della sua opera.

Micio non era il “padrone”, il proprietario dei mezzi di produzione, e il lavoro era spesso faticoso e “mica da ridere”, ma lui l’ha fatto comunque, e anche bene e con passione, così come aveva fatto suo padre lavorando nelle stalle come “bergamino”. Micio ha così tutti i motivi e il diritto di prendere il famoso articolo uno della costituzione italiana e di mettere letteralmente il dito nella piaga dei primi paragrafi (nell’articolo 4 si riconosce addirittura a tutti cittadini il diritto al lavoro!?), di ricordarne, 60 anni dopo l’entrata in rigore, “la scarsa applicazione” e di richiedere un nuovo, serio dibattito su di essa, che faccia scaturire delle conseguenze pratiche.
Non sogna più una repubblica di lavoratori ; ma che il suo Paese, la sua res publica sia fondata sul lavoro è semplicemente una verità che deve essere oggi più che mai riconosciuta, difesa e nuovamente discussa, a fronte di milioni di disoccupati, precari, forze di lavoro altamente qualificate, ma non adoperate e che rischiano pertanto di perdere le capacità acquisite.

Micio è cosciente dell’assurdità che in Italia da un lato venga conferito, da più di un secolo, il titolo di “Cavaliere del lavoro”, ma che non si sia in grado, dall’altro, di realizzare una politica economica moderna che abbia alla base lo sviluppo del lavoro. Esiste una singolare simbiosi tra culto degli eroi e mancanza di idee. Nella crisi si guarda ai “cavalieri”, agli “eroi”. Povero Paese, se ha bisogno di questa trasfigurazione, di questa esaltazione ideologica, penserà Micio. Uno che non detiene nessun titolo, ma che ha contribuito alla ricchezza dell’Italia. Di cavalieri del lavoro come Berlusconi lui può soltanto sorridere scuotendo il capo. Loro, i cavalieri, non hanno mai lavorato produttivamente. A Micio basta guardarsi le mani per ricordarsi di un’antica saggezza dei paisàn:

“Chi lavora si fa il callo
e non va mai a cavallo.”

Ciao Micio e ancora buon lavoro

Michael Grabek, Berlino